Iononmidepilo

sabato 11 luglio 2009

Gli emo.

C'è un fenomeno interessante, fra gli adolescenti. Esso è noto con la parola (o sigla?) emo. Forse deriva da emo-zione e ha un implicito - improbabile? - riferimento al senso greco di "sangue".
In effetti, già avevo notato per strada molti ragazzini vestirsi in un certo modo che avevo giudicato un ibrido tra lo stile house e qualcosa che ricorda i cartoni animati giapponesi, che non saprei definire.
In pratica, vestono attillati, con le Converse, una cintura stretta, magliette strette con delle indecifrabili fantasie stampate sopra, e soprattutto un'acconciatura curatissima, col ciuffo che attraversa trasversalmente la faccia e la retrostante parte della chioma "sparata" all'indietro. Pare, anche, che usino tagliarsi le vene. O forse è solo una diceria.

Fatto sta che ieri mi sono involontariamente imbattuta in un, sì, concerto emo. Non riuscivo a staccare gli occhi dal palco. Nel senso che non ci credevo, che non poteva essere. E pure era così. "Vieni a limonare con me" , "l'iPhone è regolare, la chat è regolare, l'email non la controllo più" ecc con tanto di tastierista che sullo strumento sbatteva ripetutamente la testa, pur riuscendo inspiegabilmente a pigiare i tasti giusti.

Insomma, è come se si fosse creato un fenomeno d'identificazione in qualcosa di non meglio specificato, che non è solo abbigliamento ma anche "cuore, sentimento e anima", eppur non si capisce esattamente in che senso; per cui gli appartenenti al "movimento" sono ghettizzati, ridicolizzati, talvolta picchiati, derisi aspramente da tutti gli altri, provocando nei fedelissimi emo un maggiore senso di appartenenza, quella specie di solidarietà che accomuna i reietti. Dico questo anche perché, a un certo punto del concerto, dal pubblico sono volati strani oggetti non identificati, una sfilza di diti medi alzati contro i cosiddetti Freakout! , e conseguenti risse, con tanto di tempestivo appello alla sicurezza.

Il fenomeno mi ha incuriosita, e mi sono messa a cercare un pò. Pare che tutti si chiedano cosa diavolo s'intenda con emo ma nessuno lo capisca. Forse può aiutarci emosinascenonsidiventa95 che così scrive su http://www.pollicino.blogosfere.it/:

che sia chiara un cosa:essere emo non vuol dire solo tagliarsi perchè gli altri emo lo fanno,avere il ciuffo o gli okki trauccati di nero...emo è anke uore,sentimento e anima...almeno voi provate a conoscierci prima di dire ke siamo ttt malati!!!! xk i malati li saretevoi!!
(...)
cmq io sn kiara ho 13 anni e sn emo...sn l'unica nll mia classe...ma nl mia scuola siamo in tanti. nn me ne frega nnt se gli altri ci sfotono,noi stiamo bene così! fanculo a tutti qll ke ci offendono senzaneanke conoscierci.


Cpt? Nn è mlt chr m s c s mtt d impgn s cpsc.

venerdì 10 luglio 2009

Le donne in tv: una falsa emancipazione

Scritto per liberareggio.org

Oggi nel corpo delle donne si condensano i modi dell’oppressione femminile. Esso è segregato nelle gabbie di un marketing massmediatico improntato al sessismo, ultimo insospettato erede della secolare cultura maschilista e patriarcale. Negli anni ‘60 il corpo era la sede della liberazione, quel crocevia ideale e reale a partire dal quale avviare l’emancipazione; le donne cominciavano a cercare il proprio piacere, a renderlo autonomo da quello dell’uomo, a conoscere il proprio corpo prima monopolizzato dai fini cui questi aveva deciso di destinarlo, come la procreazione e la seduzione; oggi torna ad essere la sede della mercificazione, della reificazione delle donne, ridotte ad appendici erotiche da annettere ad ogni trasmissione televisiva perché il pubblico maschile non venga perduto.

Cosa resta oggi, nelle immagini televisive, nei cartelloni publicitari, nelle idee del femminile che circolano presso il senso comune, delle voci femministe – che avrebbero guardato con orrore a un simile fraintendimento, a una tale degenerazione del concetto di libertà femminile? Non indossiamo il burqa, da queste parti, ma forse pesa su di noi una patina più pesante, perché meno evidente ma decisiva: la patina del corpo inteso come insieme preconfezionato di forme aderenti al modello di bellezza femminile che l’industria culturale promuove assolutizzandolo, e quindi in qualche modo impone nel costume e nell’immaginario collettivo; ciò che a livello individuale si traduce nel rapporto alienato che molte donne bombardate da tanti imperativi estetici hanno col proprio corpo, nel senso di ansia e di inadeguatezza là dove ci si discosti da essi, nel ricorrere a correzioni d’ogni sorta per aderirvi con più successo.

E’ come se le donne facessero di tutto per nascondersi e così negare se stesse, e l’industria televisiva usasse tutte le sue energie per incoraggiarle in questa direzione: è, evidentemente, una vincente strategia di marketing. Forse molte accettano un tale stato di cose perché quella della seduzione è stata l’unica vera forma di potere che sia stata loro mai riconosciuta, l’unico modo con cui possono tenere il maschio sotto un giogo e così reagire all’oppressione facendone una specie di riscatto, o perché ancora durante la loro formazione non hanno conosciuto alternative a partire dalle quali costruire la propria identità, dei modelli altri di donna in cui ritrovarsi – ipotesi questa a mio avviso più che probabile. Lungi da me, però, dipingere le donne come mere “vittime”; esse sembrano rivelarsi infatti insospettabili complici ( inconsapevoli?)del sistema che le opprime.

Una seduttività così intesa, una seduttività erta a modello normativo del femminile, diventa il luogo dell’alienazione: lei esiste solo per lui, in funzione del suo godimento, della sua approvazione, sino ad interiorizzarne lo sguardo e perdere così definitivamente se stessa, replicando dei paradigmi che si credevano definitivamente sepolti con la rivoluzione femminista. Ma dietro il gioco seduttivo, dietro la dinamica duale si nasconde un terzo artefice, il mercato televisivo e pubblicitario, che sfrutta gli stereotipi sessisti per fini commerciali. Il corpo delle donne è al suo servizio. Sembrerà retorico ricordare che mai come adesso la vecchia massima kantiana per la quale gli esseri umani andrebbero trattati come fini e mai come mezzi, pena la ricaduta nella barbarie, ha subito un radicale rovesciamento. Il mezzo del corpo femminile ridotto a strategia d’intrattenimento, a criterio privilegiato di attrazione del consumatore, funziona perché fa leva sulla parte più animale, primordiale, degli uomini; esso evoca – neanche allusivamente, ma in modo pornografico – il coito per far presa sulla parte più debole del maschio, gli promette un piacere che però, come diceva Adorno, è frustrazione, spingendolo così a dimenticare la sua dimensione civile, esistenziale, viva, e in definitiva reificando anche lui, attraverso una specie di ipnosi a sfondo sessuale che sembra cancellare le mediazioni della coscienza, e va dritta all’istinto, onde assicurarsi la fedeltà al programma.

La deformazione dell’idea di bello, ridotto alla semplice adesione al modello mediatico femminile della presunta perfezione, al possesso di un paio di curve e di un sorriso sciocco, la sua subordinazione tanto alle logiche di mercato e alle statistiche dell’audience, quanto a un concetto di sessualità senza relazione, deformato e imperialista, morbosamente insistente e sempre decontestualizzato, forse non renderebbe l’idea dell’oppressione, se non si tenesse conto anche solo di alcuni aspetti importanti: in tv è quasi sempre l’uomo a parlare mentre la donna gli fa da contorno decorativo; se è la donna a condurre la trasmissione deve essere necessariamente bella, requisito che sembra non risultare essenziale per un uomo; la tv non propone modelli alternativi di donna, non c’è diversificazione, ma è come bloccata nella proposta della sempre uguale polarità: bellaemuta/bellaeparlante (dove ovviamente la prima supera quantitativamente la seconda); abitualmente si fa slittare il discorso sugli attributi fisici anche quando il contesto non lo richieda affatto, per criticare o approvare una donna; le regie delle più disparate trasmissioni preferiscono labbra, gambe, seni di una donna che magari in quel momento sta parlando della fame nel mondo, alle inquadrature del volto, in una sorta di sineddoche visiva incompiuta, perché la parte non rinvia al tutto, ma semplicemente lo ignora.

Queste e altre realtà reintroducono nel presente una sfilza di dicotomie a suo tempo aspramente contestate dalle femministe, ove l’uomo è il discorso, il pensiero, la cultura, e la donna istinto, natura, ma non già emozione, dato che l’attrazione sessuale che si vuole suscitare mediante l’esposizione bruta del suo corpo imbalsamato è ben anteriore alle emozioni: è pura e semplice brutalità. (Per farsene un’idea basta, non solo fare zapping in tv durante un qualunque pomeriggio della settimana, ma anche dare una scorsa a questo blog interamente dedicato al rapporto autocoscienza femminile/donne nei media, sondato anche attraverso l’analisi critica di alcuni famosi programmi televisivi).

Gli uomini sono più rappresentati dai media, c’è, per così dire, più democrazia quando si tratta di loro. Al contrario, manca un pluralismo femminile, una rappresentanza adeguata delle donne: tutte le diverse donne esistenti vengono ridotte al solo monolitico stereotipo della belloccia senza cervello in balìa del maschio, dal quale è non di rado espressamente ridicolizzata suscitando magari presso di lei una per noi ributtante risata. Quella risata è il simbolo del “fallimento” del femminismo, in essa si condensa l’ignoranza, la totale mancanza di autocoscienza femminile e di spirito critico, l’adesione passiva al diktat estetico e caratteriale di turno, la subordinazione cieca a logiche di mercato sessiste scambiata per libertà.
Basta guardare 5 minuti di Sarabanda, quel grottesco programma che va in onda ad un orario diurno senza che nessuno abbia da ridire, in cui risulta impossibile trovare un nesso tra l’insistenza ossessiva delle inquadrature del corpo della velina e il format della trasmissione, che dovrebbe consistere in un quiz musicale: qui la decontestualizzazione.

Le differenze vengono azzerate, in un caparbio esercizio di semplificazione e di uniformizzazione della realtà che si pretende di rappresentare e che a un tempo si crea. Così uno degli assi teorici portanti del pensiero femminista, la rivendicazione di identità femminili diverse e individuali contro le categorie essenzialiste d’ogni sorta e le facili equazioni che per secoli hanno dominato, vedi donna=madre, donna=sensualità, donna=debolezza/emotività, ecc. subisce l’ennesima dissoluzione: in questo caso è la categoria donna-corpo, donna-oggetto erotico a sopraffare, cancellandola, ogni individualità femminile.

Considerando l’enorme potere educativo e di orientamento del costume della televisione, tutto ciò fa presto a tradursi nell’imbarbarimento generale delle nuove generazioni sin dalla tenera età educate a disprezzare le donne, mentre persiste il senso di umiliazione di quelle che non si riconoscono in quel modello, che non si sentono affatto rappresentate dalla tv, che provano un fastidio indicibile, segnato dalla mortificazione e dal disgusto, nel vedere così trattato il proprio sesso con l’approvazione di tutti e che – pensano – già da tempo avrebbe dovuto muoverci a un dissenso intransigente.

Ne risulta un’alienante condizione per cui da un lato chi non ha gli strumenti per criticare il sistema vi aderisce ciecamente così contribuendo al suo ulteriore successo , dall’altro chi questi strumenti li ha non trova altre possibilità che ripiegare verso se stesso/a, estraniandosi.

Una società così pervasivamente dominata dai media non fa nulla per promuovere nelle donne (e in tutti, aggiungerei, ma nelle donne in particolare dato lo stato di cose) l’intelligenza e lo spirito critico, dal momento che il suo scoraggiarli è proporzionale alle possibilità di guadagno; evidentemente la complessità non fa audience perché costringe le persone a pensare, a trascendere la pura animalità che invece ha una presa immediata sullo spettatore inerme. Pongo l’accento sull’aggettivo “immediato” non a caso, perché un aspetto cruciale è proprio quello dell’assenza di mediazioni culturali, le stesse che dovrebbero distinguere l’essere umano dall’animale. Dal momento che questa animalità viene evocata con la monopolizzazione dei modelli, attraverso la drastica decurtazione di tutte le alternative normative possibili, mi chiederei quanto spazio ci sia per la libertà, quel concreto e attuale poter scegliere fra più alternative, specie in fase di formazione, quando per la prima volta ci affacciamo al mondo e in modo ineluttabile ne assorbiamo i caratteri normativi?

E’ come se ci fosse stato rubato il corpo, come se non fossimo più padrone delle nostre vere facce, come scrive Lorella Zanardo, in una parola delle nostre identità: come se non ci fosse più permesso di essere noi stesse.
Ne parla meglio di me questo video andato in onda su La7 qualche mese fa, molto efficace e incisivo, perché va al nocciolo della questione, che fra le altre cose ha ispirato questo articolo e consiglio vivamente di guardare a tutti. Esso si conclude con un quesito cui non riesco a rispondere che con incertezza e confuse congetture: perché non ci arrabbiamo?

lunedì 6 luglio 2009

Logicamente

La tautologia consiste, più o meno, nella ripetizione di uno stesso contenuto all'interno di una proposizione; consiste, cioè, nella ridondanza. Ecco alcuni esempi: Io sono io, o chi muore non vive più, o ancora vado al mare quando vado al mare.

Ne "Il dominio retorico" di C. Perelman, viene riportato il seguente esempio, di M. Jouhandeau:

Quando vedo tutto ciò che vedo, penso quello che penso.

Siccome Perelman riporta questa frase come esempio di tautologia apparente, nel senso che dietro l'apparente ripetizione si nasconderebbe un significato diverso attribuito alle stesse parole che spetterebbe all'interpretazione smascherare, mi chiedevo per l'appunto che diamine di interpretazione si debba dare perché questa frase abbia un senso che non consista precisamente nella ripetizione insensata dello stesso concetto.

Anche nel caso della contraddizione è possibile eludere l'assurdo attraverso il meccanismo della contraddizione apparente, una contraddizione cioè formale che solo un'interpretazione differente degli elementi contrari può salvare dal paradosso. Un esempio di contraddizione apparente è la famosa frase di Eraclito entriamo e non entriamo nello stesso fiume, dove l'interpretazione diversa della parola "fiume", ora inteso come riva ora come le singole gocce d'acqua, salva dalla contraddizione.

Questo libro mi sta facendo impazzire. Perché la prima volta che l'ho letto mi sembrava una robetta per le elementari. Ad ogni rilettura, però, mi sta facendo amaramente pentire di aver fatto questo pensiero. Rileggere non a caso, per me, è sempre stata un'operazione di fondamentale importanza. E' come se alla prima lettura si acquisisse una sorta di grossolana visione complessiva, confusa e imprecisa, dove i dettagli - ma anche molte "cose principali"- vengono ignorati perché si è colpiti dall'uno o l'altro aspetto. Come se l'emozione che porta a focalizzare in particolare su un aspetto rendesse ciechi rispetto agli altri aspetti, e imperialisticamente estendesse quell'aspetto a tutti gli altri, magari riducendo il libro stesso ad esso. La rilettura scalza il carattere egocentrico della "selezione per emozione" e apre la strada all'oggettività. Tuttavia, la prima lettura è fondamentale. Stanislavskij ne parlava come di qualcosa capace di condizionare la comprensione definitiva del testo, per questo consigliava di non procedere mai a una prima lettura in condizioni imperfette, per esempio se si è stressati, distratti o di cattivo umore, poiché questo si rifletterà in modo irreparabile sul proprio rapporto col testo, minato "per sempre" dall'influsso della prima impressione.

Mi riferisco soprattutto ai testi argomentativi. I romanzi, forse, non andrebbero mai riletti, perché la loro forza consiste fra l'altro nella sensazione complessiva che suscitano. La storia dice un'idea in maniera forse più incisiva di come farebbe un saggio, perché fa leva sull'emozione, e, benché questa sia legata alla soggettività, ciò non va considerato come una prova di in-oggettività: bisogna ricordare che l'universale è universale anche perché si compone del particolare, che lo rivela come da una fessura.

Rileggendo saltano all'occhio altre cosucce passate prima inosservate, con rinnovata meraviglia e annessi "ma come ho fatto a non notare questa roba qui"; ne segue che agli elementi già acquisiti ne subentrano degli altri, che formano un insieme di pezzi di un puzzle ancora da comporre. L'ultima cruciale operazione che salva la mente dalla confusione consiste proprio nel mettere in ordine i pezzi. Per me, che ho sempre antifilosoficamente unito i pezzi sulla base del flusso di coscienza personale, ovvero della libera associazione di idee, questo è sempre stato il problema principale.

Ci sono tanti modi per mettere in ordine le idee, nel senso di dar loro una conseguenzialità apparentemente necessaria; uno di questi è radiale: esso consiste nell'individuare il cosiddetto nocciolo della questione, e da questo far dipartire tutte gli elementi, come se scaturissero spontaneamente da esso. Il nocciolo o essenza della questione è definibile come quell'idea senza la quale tutti gli altri elementi non reggerebbero. Un altro modo è quello lineare: si "spezzetta" la questione nei suoi aspetti costituenti, e li si lega mediante un rapporto di causa-effetto, per esempio, o di altro tipo, di modo che l'uno conduca all'altro in modo apparentemente ineluttabile sino alla conclusione, che fungerebbe da sintesi e compimento delle idee.

Ma ecco la mia insoddisfacente ipotesi di soluzione della tautologia apparente:

"Quando mi rendo conto di quello che complessivamente percepisco del mondo ("vedo" in senso metaforico), cioè di quello che penso, ci penso".

Se a qualcuno venisse un'idea migliore, o semplicemente pensasse che non ci ho capito una mazza, è pregato di farsi avanti.

mercoledì 1 luglio 2009

Vita surgelata

E' che a sentirmi normale proprio non ci riesco. L'approvazione degli altri, dopo un iniziale effimero senso di libidine, mi dà la nausea. E non per una specie di perversa ideologia del bastian contrario, né perché mi senta particolarmente eccezionale.

Quando la gente è d'accordo con me mi sembra sempre di essere nel torto (O.Wilde).

C'è qualcosa di insulso nel senso comune, un non so che di viscido e urtante, che si materializza nei parchi di certe domeniche pomeriggio, nelle agognate vacanze, nel quadretto felice della famigliola che passeggia nel centro commerciale, nell'espressione basita di chi abbronzatissimo disdegna il tuo pallore in pieno agosto, nell'ottuso ottimismo di tutti, e, e. Per esempio.
C'è come una patina dura che ricopre tante attestazioni di normalità, questa ripetizione claustrofobica e totalitaria di ideucce e modus vivendi preconfezionati; è impossibile, guardando sotto, scorgere qualcosa di consistente, un qualche abisso che valga la pena di sondare, un moto di vita, un che d'autentico, delle ombre, delle ambiguità, un indefinito. Ma sembra che intorno ci sia solo questo. Relazionarsi con esseri umani vividi, dalla personalità plastica e multiforme, da, che so, un qualche estremismo dettato solo da una sensibilità viscerale, un gridare represso, un'espressione indecifrabile, una particolarità che irrompe dal profondo, sembra impossibile da queste parti. I miei interlocutori hanno occhi di vetro, inespressivi e immobili, e parole stantìe, ingabbiate in frasi già sentite, ricoperte dalla polvere del dire inerte.
Mi sento in ostaggio di questa gente qui.

martedì 23 giugno 2009

In-sanità

Volevo scrivere un post su Dostoevskij, ma le insane incombenze della vita quotidiana hanno inibito ogni mirabile ispirazione poetica in favore delle subdole considerazioni che seguono.
Qualche notte fa, mi reco al pronto soccorso dell'ospedale della mia città, perché molto sofferente nella parte del torace compresa fra lo sterno e il diaframma, o giù di lì. Respiravo a fatica, avevo una forte sensazione di compressione ai polmoni, credevo fosse una specie di infarto o di avere i suddetti in via di spappolamento. Mi accoglie in accettazione un'ombrosa signora in camice verde, avvicinatasi alla scrivania con imperturbabile lentezza, strisciando gli zoccoli sul pavimento e masticando un chewing-gum in modo che fossero visibili a tutti le sue insospettabili interiora. Io, piegata in due dal dolore, dopo averla ripetutamente sollecitata ad assumere anche solo fittizi atteggiamenti umani e/o professionali, le domando con visibile tormento di cosa potesse trattarsi; la suddetta risponde, sempre attenta a non occultare la mobile lingua alle prese con un appiccicaticcio chewing-gum, "è ansia", frase pronunciata biascicando le sillabe e con evidente disgusto. Mancava che facesse il palloncino, dopo.
Dopo aver assunto le fattezze di una triglia imbalsamata, incurante di ogni iter burocratico teso a classificare il mio dolore nella casella colorata appropriata, sono corsa via alla ricerca di qualche essere umano. Trattavasi di forte epigastralgia.

sabato 6 giugno 2009

Cretini

Il prossimo cretino che dica "i meridionali non fanno niente" lo prendo per la nuca e lo sbatto in un angolo di casa mia, polsi e caviglie legati, e gli faccio assistere a una settimana di vita meridionale, così potrà vedere quanto ozio io durante il giorno mentre lui mi mantiene.

sabato 30 maggio 2009

Opinionite

E dello scriver fasullo

Quando mi affaccio in questa landa provo un fastidio particolare, ultimamente.
Trovo così stupido intasare questo spazio inconsistente di opinioni in quantità industriale. Come se vomitandole qui possa cavarne chi sa quale redenzione.
La stessa sensazione provo visitando le altrui lande. Ognuno si crede il centro dell'universo, reputa le proprie opinioni della massima importanza, la propria piccola esistenza come qualcosa di fondamentale e degno del massimo interesse.
E la tacita ricerca del plauso, poi questa è particolarmente aberrante. Non tanto per il desiderio di piacere in sé, quanto per il fatto che questo desiderio corrompe la sincerità disinteressata della scrittura. Quello che doveva essere un diario, così, diventa il tempio (autoeretto) del narcisismo particolaristico più mediocre. Pare quasi che si sia interiorizzato e si replichi a livello individuale il meccanismo dell'- ormai universale - "seguimi-ti-prego" , meglio noto col nome di audience. Solo che, in questo caso, lo scopo non è speculativo, ma puramente autoreferenziale.
(Scrivere per essere letti, ah, vecchia questione. Giusto o non giusto che sia, in ogni caso si mente).
Infine avverto, come da dietro il sipario, qualcuno sibilare sghignazzando: "lascia che scrivano, dà loro l'impressione di essere liberi, ahahah!".
Dovremmo viaggiare, e studiare, che so, il sistema solare, la biologia, per rammentarci a dovere delle nostre effettive dimensioni. (Ormai anche la filosofia mi pare così fastidiosamente uomo-centrica). Caccole vanitose, e chiacchierone, siamo.
(Anche e soprattutto nella vita reale, eh).

Ma siccome non mi sono ancora disincrostata (o forse non ho nessuna voglia di farlo?) provo già la tentazione di espellere un'altra - impellente - opinione...

mercoledì 27 maggio 2009

Masochismo

Si sente spaesata. Stranita. Heimatlos, senza casa.
Ha la netta sensazione che ciò scaturisca dai suoi contatti coi media.
Prova qualcosa che non riesce pienamente a verbalizzare, qualcosa di indistinto che si profonde pervasivamente provocando reazioni psicofisiche diverse, tutte accomunate da una sensazione di soffocamento.
Confusione. Ansia. Solitudine. Smarrimento. Frustrazione. Balbuzie mentale. Immobilismo. Angoscia. Regressione.

Assiste ad un accavallarsi scostante e disordinato, a tratti delirante, di parole e immagini. Un deliberato caos che lascia ritmicamente spazio a un altro caos, fatto di nuovo di seduzione e adulazione a scopo di lucro. E un proliferare incessante di notizie. Notizie, notizie, notizie. Tutto all'insegna dell'inaggirabile principio dell'"è successo".
(I mezzi di diffusione agiscono come martelli puntati ossessivamente sulle teste di tutti).
Ne esce stordita, ma, soprattutto, assuefatta.
Non riesce più a provare emozioni di fronte all'ennesimo uccide il figlio prima di togliersi la vita o dello scontatissimo Berlusconi ha fatto . L'anno scorso sentir solo parlare del Lodo Alfano la faceva star male. Oggi ne apprende le evoluzioni con un fastidio che non prende le forme della rabbia ma del rifiuto e del disgusto. La sua capacità emotiva e morale di reagire sdegnandosi è calata miseramente, mentre la consapevolezza di ciò è motivo di ulteriore sconforto.

Qui di seguito una definizione di assuefazione :
"una condizione di diminuita sensibilità a una sostanza che si ingenera come conseguenza della sua assunzione. L'assuefazione può essere dimostrata in due modi: mostrando che una dose predeterminata di una sostanza sortisce un effetto minore in seguito alla sua assunzione, oppure che per ottenere lo stesso effetto di prima occorre una dose superiore della medesima sostanza. In pratica, ciò significa che questa tolleranza rappresenta uno spostamento verso destra della curva che descrive la relazione dose-risposta" (J. Pinel, Psicobiologia, 2007, pag. 435).

In pratica, ha bisogno di una dose maggiore di martellamento mediatico per sperimentarne gli effetti.
E' a un passo, cioè, dal masochismo.
Pensa: non è forse questo che si vuole da me, da tutti noi?

lunedì 18 maggio 2009

Il dono

Dall'aforisma n. 21 di "Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa" di Theodor W. Adorno:

Non si accettano cambi.
Gli uomini disapprendono l'arte del dono. C'è qualcosa di assurdo e di incredibile nella violazione del principio di scambio; spesso anche i bambini squadrano diffidenti il donatore, come se il regalo non fosse che un trucco per vendere loro spazzole o sapone. In compenso si esercita la charity , la beneficenza amministrata, che tampona programmaticamente le ferite visibili della società. Nel suo esercizio organizzato l'impulso umano non ha più il minimo posto: anzi la donazione è necessariamente congiunta all'umiliazione, attraverso la distribuzione, il calcolo esatto dei bisogni, in cui il beneficato viene trattato come un oggetto. Anche il dono privato è sceso al livello di una funzione sociale, a cui si destina una certa somma del proprio bilancio, e che si adempie di mala voglia, con una scettica valutazione dell'altro e con la minor fatica possibile.
La vera felicità del dono è tutta nell'immaginazione della felicità del destinatario: e ciò significa scegliere, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l'altro come un soggetto: il contrario della smemoratezza. Di tutto ciò quasi nessuno è più capace. Nel migliore dei casi uno regala ciò che desidererebbe per sé, ma di qualità leggermente inferiore. La decadenza del dono si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia che cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo. Queste merci sono irrelate come i loro acquirenti (...). Lo stesso vale per la riserva della sostituzione, che praticamente significa: ecco qui il tuo regalo, fanne quello che vuoi; se non ti va, per me è lo stesso; prenditi qualcosa in cambio. Rispetto all'imbarazzo dei soliti regali, questa pura fungibilità è ancora relativamente più umana, in quanto almeno consente all'altro di regalarsi quello che vuole: dove però siamo agli antipodi del dono. (...)

giovedì 14 maggio 2009

Dati incoraggianti

I prodighi dispensatori di notizie comunicano al confuso fagocitatore di fatti - noialtri - che in Italia si legge di più : un promettente quarantaquattropercento sarebbe fedele lettore di non si capisce cosa. In effetti, è possibile leggere anche l'etichetta dello shampoo, del bagnoschiuma o settimanali gossippari d'ogni sorta, per non parlare dei cartelli pubblicitari o dei libri di Totti. Oh, sempre lettura è.

Chissà perché i vari ministeri, gli opinionisti e i conduttori televisivi, mostrano tanto compiacimento di fronte a questi dati incoraggianti, se nel sistema di cui sono parte si affannano con una costanza disarmante a neutralizzare sotto ogni forma il pensiero, la cosiddetta cultura, lo spirito critico (primo dono dei libri)? Piuttosto, sarebbero più coerenti a mostrare del disappunto, "tornate a guardare la televisione e a imbottirvi di pubblicità, a sognare di entrare nel mondo dello spettacolo e a imitare il modello di personalità vincente in questo mondo, alienatevi, scolpite il vostro corpo al pomeriggio e alla mattina servite la burocrazia; imparate a fregare gli altri senza perdere tempo con inutili e improduttive riflessioni sulla morale e sull'estetica o che". Davvero, non capisco.

lunedì 11 maggio 2009

Donna m'apparve - Recensione

Oggi è uscita la mia recensione del testo a cura di Nicla Vassallo "Donna m'apparve" sul sito www.recensionifilosofiche.it , la ripropongo qui:

Il libro rappresenta una risposta filosofica a più voci a stereotipi e modelli culturali che storicamente hanno espropriato le donne della loro soggettività, perpetrati attraverso il senso comune, i paradigmi scientifici e filosofici e il linguaggio stesso.
Partendo da tre prospettive tematiche (l’io, il rapporto con gli altri, il rapporto col mondo) il libro segue due esigenze teoriche di fondo: da una parte, la critica all'essenzialismo attraverso la promozione di un ‘pluralismo femminile’ rispettoso delle singole identità delle donne; dall'altra, il bisogno di sconfessare tutti quei clichés normativi che vorrebbero intrappolare le donne nella donna.
Diviso in sette capitoli scritti da autrici diverse, con un prologo e un epilogo di Nicla Vassallo, il testo si caratterizza per una struttura che rende giustizia ai concetti rivendicati: pluralismo e rispetto delle individualità.

Nella ricchezza degli spunti, è possibile rintracciare alcuni nuclei tematici essenziali.
Irrazionali. "Dato che in termini aristotelici a distinguere gli animali umani (ovvero gli esseri umani) dagli animali non umani è proprio la razionalità, ne segue banalmente e rischiosamente che, se sono irrazionali, le donne non sono esseri umani" (pag. 9): la rappresentazione sancita da Aristotele in campo filosofico sarà destinata a percorrere la storia della filosofia per i successivi millenni. La donna, emotiva, irretita nella natura, nella soggettività e nell’irrazionale, meriterebbe così un’estromissione dal sapere cui Vassallo attribuisce i caratteri della violenza: epistemologica, là dove le esclude come oggetti di conoscenza, epistemica, quando nega loro lo status di soggetti conoscenti (pag. 12).
Come osserva la curatrice nel Prologo, queste opinioni consolidate hanno la stessa consistenza filosofica di superstizioni e credenze, entrambe noti esempi di irrazionalità: curiosamente, la stessa caratteristica che si voleva attribuire alle donne. Ma “nel tentativo di rimediare, sarebbe erroneo rinunciare al concetto di razionalità” (pag. 8) che porterebbe di nuovo a un irretimento nell’irrazionale, dunque si rivela più proficuo mettere in discussione l’idea di razionalità che la storia della filosofia ci ha consegnato, liberandola dalla sua astrattezza. È quanto ciascun capitolo a suo modo si propone di fare, individuando nella necessità di riportare il pensiero alla concretezza un valido antidoto contro le persistenti rappresentazioni essenzialiste sulle donne.
Diffidenti verso tutto quanto non corrispondesse al loro modello di ragione, i filosofi hanno ricondotto l'empatia nella sfera dei sentimenti, fatta coincidere col femminile, sottodeterminandola indebitamente (mentre la razionalità, la cultura, la politica sarebbero appannaggio degli uomini). Al contrario, osserva Laura Boella, si tratta di un’idea "molto superficiale”(pag. 64): come mostra la fenomenologia, l’empatia “non è per definizione ‘buona’ (...) il suo esito può essere la prossimità, ma anche l'estraneità" (ivi), poiché "empatizzare non significa assimilare l'altro/a a sé o immedesimarsi in lui/lei, bensì attribuirgli/le un'esperienza autonoma e distinta" (pag. 54). Queste componenti liberano l’empatia dall'ambito del sentimento, rivelandone l’importanza non solo sul piano relazionale, ma anche sul piano cognitivo dell'autocoscienza, specie nell’accessibilità del diverso cui apre la possibilità con l'ausilio di quella capacità di superare i confini della percezione che è l'immaginazione, in uno "sperimentare se stessi al di là dei propri confini" (pag. 62), che è in definitiva il modo migliore per sottrarsi agli stereotipi e a rappresentazioni fuorvianti dell'altro, quindi anche della donna.

Natura. Il concetto di natura riveste un ruolo chiave nella riflessione critica delle autrici, consapevoli che l'operazione tradizionale di presentare come naturale ciò che ha una genesi culturale, porta a conferire i caratteri di ineluttabilità e necessità a dei modelli di donna che riconoscere come culturali renderebbe suscettibili di una messa in discussione. Parlare di natura, infatti, equivale a parlare di destino, della necessità irrevocabile che contraddistingue i fenomeni naturali dal mondo umano, morale, libero e aperto alla scelta, che pertiene all'uomo. Non a caso Francesca Rigotti conclude con un invito a pensare contro natura il suo capitolo sui rapporti tra maternità e filosofia. È infatti nel concetto di maternità che la parola ‘natura’ rivela un valore chiave: la natura in senso biologico, intesa come quell'insieme di caratteristiche fisiche che distinguono i sessi. La storia segnata dall'androcentrismo ha trasformato le caratteristiche riproduttive delle donne nelle loro caratteristiche essenziali, dando luogo a quella ingiustificabile equazione tra donna e madre che la distinzione tra “sesso” e “genere” introdotta dal femminismo ha contribuito a sfatare.

Madri: sul “partorire figli e idee”. È vero che "chi fa la scienza non fa figli" (pag. 122)? Come noto, l'alternativa ha sempre solo riguardato le donne, mai gli uomini. Ma, invita a pensare Rigotti, si tratta necessariamente di un aut-aut? Se la filosofia così come venne dipinta da Seneca o Platone, e come l’etimo della parola ‘astrazione’ suggerisce, è un'attività per uomini liberi da svolgersi in un tempo dilatato e senza interruzioni, al di sopra del ‘concreto’, come può conciliarsi con la cura di figli bisognosi di costanti attenzioni e completamente dipendenti? “Per fortuna la filosofia non corrisponde per natura o essenza a tale definizione"; "come non c'è una ‘natura umana’ e tanto meno una ‘natura della donna’, non c'è nemmeno una ‘natura della filosofia’, qualcosa che la filosofia sia ad aeterno e una volta per sempre" (pag. 43).
Muovendo dall'ipotesi di un parallelismo tra forme di vita e forme di conoscenza, Rigotti rintraccia nelle proposte teoriche di Sara Ruddick una linea interpretativa capace di fare della maternità uno ‘stile di pensiero’ adottabile anche da chi madre non è. L’amore e l’attenzione - intesa "come metodo di comprensione delle cose, da guardare appunto con intensità e attenzione finché non ne zampilli la luce" (pag. 38) - ne sarebbero i cardini, dal momento che l’esperienza (reale o immaginata) della maternità costituirebbe una fonte di particolari stimoli cognitivi; il rischio di una deriva essenzialista viene però scongiurato: “importante non è quello che le madri sono bensì quello che le madri fanno” (pag. 35).

Diversità. Come osserva Eva Cantarella nel primo capitolo, la storia ha costantemente rappresentato le donne in termini di diversità corporea, mentale, caratteriale, che ha fatto presto a tradursi in inferiorità ("la sola ragione che potevano possedere era la métis, l'intelligenza astuta, diversa e inferiore", (pag. 23)). Questa è stata rappresentata dalla mitologia greca ancor prima che i filosofi la consacrassero alla storia in forma teorica, rintracciando nella figura di Pandora non solo l’origine dell’infelicità umana ma anche l’inizio del genere femminile. In seguito, molti filosofi hanno accostato spregiativamente le donne al mondo animale, scorgendo in esse la sola funzione biologica della riproduzione sebbene mai dimentichi di attribuire all’uomo il ‘vero’ potere della generazione. L’effetto più immediato di ciò è stato, fra gli altri, quello del controllo della sessualità della donna all’interno di una polis che riflette nello spartiacque pubblico e privato le differenze tra uomini e donne, in quel contesto consegnate irrevocabilmente all’istituto del matrimonio e al rispetto della monogamia, in una subordinazione all'uomo ormai sancita dalla legge. Da allora, il concetto di diversità femminile conoscerà un primo riscatto solo col femminismo, quando “la teorizzazione della differenza non è stata più tradotta inesorabilmente in svalutazione del femminile” (pag. 23).

Relazioni. Costante nelle filosofie femministe è il tentativo di riscattare la corporeità e le relazioni umane dall'oblio di una storia della filosofia tradizionalmente votata all'astrattezza e al solipsismo del soggetto morale. È quanto discute nel quarto capitolo Claudia Mancina, proponendo una panoramica degli ultimi sviluppi della filosofia morale che hanno visto contrapporsi l'etica femminista alla teoria della giustizia rawlsiana intorno ai concetti di "esperienza, relazione, responsabilità, cura" (pag. 67). Pur condividendo col comunitarismo la critica all’atomismo del soggetto di Rawls, le analogie col femminismo non vanno oltre perché esso non comprende nel concetto di relazione i rapporti affettivi, che l’etica femminista ha mostrato essere così importanti nella costituzione del senso morale del singolo. In questo si evidenzia l'eredità della dicotomia tradizionale fra pubblico e privato che i comunitaristi omettono di criticare, e anzi confermano: essa ha portato per secoli a sottodeterminare l'ambito del privato, fatto di relazioni affettive e di cure ritenute meramente ‘naturali’, quasi che non rivestissero alcun ruolo nella genesi della moralità del soggetto. È dunque possibile rivalutare la corporeità da un punto di vista epistemologico e morale riconoscendo che "un corpo non è pura biologia, ma un campo di interazione di forze culturali e sociali" (pag. 72), ed è a partire da ciò che è possibile divincolare la procreazione dalla sua pretesa naturalità per riconoscervi la valenza morale e umana che invero possiede. Di qui la proposta di una ‘teoria relazionale dell'io’ (per certi versi analoga a quella proposta da Botti, 2007), critica verso l'astrattezza e l'individualismo nella filosofia, a favore di una moralità più situata, critica verso il concetto di "autonomia come indipendenza" (pag. 81). La riconosciuta valenza morale di quello che tradizionalmente veniva definito il ‘privato’ emerge in particolare nella questione dell'aborto: la donna, lungi dal rapportarsi al suo feto in nome di un'etica universalistica o di un qualche principio razionale, opera un autentico processo di ponderazione in relazione al suo contesto affettivo e personale, che sfocia in una scelta che ha tutte le caratteristiche della scelta morale.

Linguaggio e potere. Riflettere sul nesso tra linguaggio e potere maschile rappresenta un momento di ricognizione fondamentale per le femministe, che nelle loro analisi hanno svelato la falsa neutralità con cui le parole depositano le asimmetrie di genere. Quanto agli usi linguistici, Claudia Bianchi presenta criticamente le diverse posizioni che si sono distinte sul tema nell'ultimo secolo: il modello del deficit, per il quale le donne parlerebbero un linguaggio inferiore e deficitario rispetto a quello degli uomini; il modello del dominio, secondo cui il linguaggio è una manifestazione del potere patriarcale, tanto pervasivo da impedire l'articolazione di "immagini alternative del mondo" (pag. 91); il modello della differenza, che vede i due sessi caratterizzati da "aspettative discorsive diverse" (pag. 92), quindi da stili di conversazione diversi, quello femminile cooperativo e paritario, quello maschile gerarchico e competitivo; il modello dinamico, che rifiuta la facile opposizione tra identità maschile e identità femminile, e teorizza una intrinseca mutevolezza dell'identità di genere, pensando al linguaggio nella sua "dimensione performativa, di azione e non di semplice espressione" (pag. 94), in virtù del fatto che "il genere non è qualcosa che possediamo, ma qualcosa che facciamo" (pag. 94).
Soltanto un'integrazione tra i modelli può portare a ovviare ai limiti di ciascuno, come evidenzia l'autrice, che conclude: "gli stereotipi sono il punto di partenza di molti lavori su linguaggio e genere, anche di quelli che si propongono di refutarli" (pag. 98) tanto da realizzare una "sostanziale conferma degli stereotipi" (ivi); ne risulta significativamente che "enfatizzare le differenze può essere allora una reazione alla paura di vedere destabilizzate le identità di genere" (pagg. 98-99).

Donne e scienza. L'oggettività è quel requisito ritenuto indispensabile per praticare la scienza, teso ad espungere dalla ricerca qualsiasi elemento che potrebbe contaminarla, comportando una radicale omissione degli interessi, del contesto storico-culturale, dei valori morali, della propria soggettività per rapportarsi impersonalmente alla realtà. Per questo motivo, osserva Alessandra Tanesini, sembrerebbe quasi incompatibile col femminismo, portatore di interessi e valori particolari. Tuttavia è possibile sciogliere la contraddizione formulando un nuovo concetto di oggettività, consapevoli che il suo significato è cambiato nei secoli, quindi forse "è possibile pensare che il modo contemporaneo di concepire questa nozione non sia necessario" (pag. 104), di conseguenza anche le relative concezioni femministe potrebbero sostituire il modello vigente. Il femminismo, attraverso la figura di Haraway, ha visto nell’oggettività un'‘illusione’ capace di generare una pretesa "di onniscienza e infallibilità" tale da rendere "il soggetto cieco di fronte ai propri pregiudizi" (pag. 108), poiché la conoscenza è parziale - nel doppio senso di incompleta e non imparziale - e credere il contrario può portare a una falsa coscienza nello scienziato. Si apre allora la possibilità di ripensare l'oggettività, rivalutando i cosiddetti "vantaggi della parzialità" (pag. 112): riprendendo un'idea marxiana, si può sostenere che gli individui di classi sociali svantaggiate vedano meglio gli aspetti oppressivi del sistema e siano privilegiati dal punto di vista epistemologico rispetto alle classi avvantaggiate. Pur nell'imperfezione della proposta, resta importante avanzare dei modelli alternativi al modello dominante di oggettività che benché si presenti come "la forma suprema di neutralità è invece maschile" (pag. 112).

Sesso e genere. Prima di affrontare sul piano teoretico la questione del rapporto fra donne e scienza, le femministe vi si sono confrontate su un piano storico, focalizzando sui fattori che per secoli le hanno allontanate dai circoli scientifici costituiti da uomini che ne hanno sottovalutato o ostacolato le prestazioni, dando forma a una prassi fedele al luogo comune per cui le donne non sarebbero "brave in matematica". Sorge così un interrogativo: le donne in quanto donne fanno scienza in modo diverso dagli uomini? Per Garavaso, le basi concettuali che giustificherebbero tale "privilegio epistemico" (pag. 127) consisterebbero nella prospettiva essenzialista e nel determinismo biologico, entrambe insostenibili: in primo luogo, "nessuno è mai solo una donna o un uomo, ciascuno di noi vive molte identità" quindi l'essenzialismo, che pretende di spiegare le differenze presunte o reali tra i sessi, si rivela indebitamente semplificatorio, poiché, come afferma Vassallo nell'Epilogo, "ci costringe ad appellarci ad un'oscura entità, la donna, entro cui costringere a ogni costo le tante differenze tra donne e varietà di donne, per sconfessarle o addirittura cancellarle"(pag. 142); mentre il determinismo biologico, per il quale sarebbe il sesso a determinare nelle donne delle caratteristiche cognitive diverse, non riesce a spiegare le così tante ‘eccezioni’ di donne che hanno contribuito significativamente al progresso scientifico e culturale. Di qui la nozione di genere, per Garavaso "il prodotto più importante dell'elaborazione teorica femminista" (pag. 124) poiché vede "un processo di indottrinamento culturale" là dove la tradizione ha visto un determinismo biologico. Come suggerisce Vassallo, se si finisce col vedere nel sesso un fattore determinante nella definizione dei tratti cognitivi e comportamentali, "si finisce con il dover cedere anche alla tesi razzista secondo cui le razze sentono, pensano e conoscono in modo differente" (pag. 138), quindi alla tesi classista, alla tesi eterosessista e via dicendo."In fondo, la donna non è che pura apparenza, una finzione al servizio dell'androcentrismo (...), uno strumento normativo utile per costringere gli esseri umani a comportarsi in determinati modi, per legittimare determinate pratiche e delegittimarne altre" (pag. 142).

venerdì 8 maggio 2009

Il corpo delle donne

E' urgente porsi queste domande.
Cosa buona e giusta sarebbe diffonderle.

lunedì 4 maggio 2009

Sul potere dei genitori

Pur non sapendolo, i genitori fanno molti torti ai loro figli.

Propongo alcuni stralci del famoso libro di Alice Miller Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé : un libro che mi è parso profondo, inquietante, riduttivo, giusto e ingiusto, parziale e obiettivo, allo stesso tempo. Non m'importa stabilire il valore argomentativo del testo, né aderire a una presunta scuola milleriana o ad una qualche scuola di opposto orientamento, semplicemente riflettere a partire da alcuni spunti che l'autrice propone.

La rimozione delle sofferenze infantili non soltanto influisce sulla vita dell'individuo, ma determina anche i tabù della società.

Le esperienze traumatiche di ogni bambino rimangono avvolte nell'oscurità; e sconosciute restano quindi anche le chiavi per comprendere tutta la vita successiva.

Non sempre siamo così colpevoli come ci sentiamo, ma d'altro lato non siamo neppure così innocenti come ci piacerebbe credere.

Si può ricordare ciò che si è vissuto in modo cosciente, ma il mondo affettivo di un bambino leso nella sua integrità è già frutto di una selezione in cui è stato eliminato l'essenziale.

L'autonomia vera presuppone l'esperienza della dipendenza.

E viceversa, esistono persone molto dotate che soffrono di gravi depressioni. Come mai? Perché si è liberi dalla depressione quando l'autostima si radica nell'autenticità dei propri sentimenti e non nel possesso di determinate qualità.

(...) tragica illusione secondo cui l'ammirazione equivarrebbe all'amore.

Il bambino non ha difensori. Com'è ingiusta questa situazione in cui un bambino sta di fronte a due adulti, estremamente più forti di lui, come davanti a un muro!

(...) anch'essi dei bambini insicuri che avevano trovato finalmente un essere più debole di loro con il quale sentirsi forti. (...) Il bambino si sentirà umiliato e disprezzato per non aver saputo distinguere (...) e alla prima occasione trasmetterà quei sentimenti a un bambino più piccolo di lui.

La soppressione della libertà e la costrizione all'adattamento non hanno inizio in ufficio, in fabbrica o nel partito, bensì già nelle prime settimane di vita.

Il loro comportamento riproduce l'atmosfera che creavano i loro genitori e di cui essi non si erano mai resi conto.

Poiché osano conoscere chi ha meritato il loro odio, si possono trovare a loro agio nella realtà, senza essere vittime della cecità del bambino maltrattato che deve risparmiare i suoi genitori e necessita perciò di capri espiatori. Il futuro della democrazia dipende da questo passo(...).

I genitori si vendicano inconsciamente sul bambino delle umiliazioni da essi patite. Nei suoi occhi curiosi viene loro incontro il passato di mortificazioni da cui sono costretti a difendersi col potere che hanno adesso conquistato. Con tutta la buona volontà, non possiamo liberarci dai modelli che abbiamo appreso in tenera età dai nostri genitori.

In molte società le bambine subiscono ulteriori discriminazioni in quanto femmine. Ma poiché come donne eserciteranno un potere sul neonato e sul lattante, faranno ricadere sul bambino, sin dalla più tenera età, il disprezzo che hanno subito. L'uomo adulto idealizzerà poi sua madre, perché nessuno accetta facilmente l'idea di non essere stato veramente amato; in compenso disprezzerà le altre donne, vendicandosi di lei su di loro. E queste, le donne umiliate, adulte, non avranno a loro volta molte altre occasioni di scaricare il loro fardello oltre a quelle offerte dal loro figlio. Qui tutto può accadere in segreto e restare impunito; il bambino non lo racconta a nessuno, se non forse, in seguito, in una perversione o in una nevrosi ossessiva, il cui linguaggio, comunque, è abbastanza cifrato da non tradire la madre.

Ciò che l'adulto combina con la psiche di suo figlio, riguarda lui soltanto; egli la tratta come una proprietà privata (...). Finché non ci sensibilizzeremo alle sofferenze dei bambini piccoli, nessuno presterà attenzione al potere esercitato dall'adulto, nessuno lo prenderà sul serio, ed esso verrà minimizzato, perché in fondo "sono soltanto bambini". Bambini che però tra vent'anni saranno adulti e faranno pagare tutto questo ai loro figli. Potranno pure impegnarsi, sul piano cosciente, contro la crudeltà "nel mondo", ma nello stesso tempo infliggerla inconsciamente a chi è loro vicino, perché porteranno in loro stessi una conoscenza della crudeltà, cui non sapranno più accedere, una conoscenza che rimarrà celata dietro l'idealizzazione di un'infanzia felice (...).

Si badi che l'autrice col termine "crudeltà" non fa riferimento (solo) ai casi ilimite, ai maltrattamenti manifesti, come la violenza e l'abuso, ma anche e forse soprattutto alla più semplice quotidianità del rapporto madre/padre-figlio/a.
Ci sono molti punti in sospeso, secondo me discutibili e imperfetti*, ma trovo che il testo sia bello per un motivo in particolare: riesce a rappresentare la per certi versi tragica disparità di potere tra i genitori e i figli, e quanto essa sia capace di orientare e condizionare l'intera vita. Il fatto apparentemente marginale di essere amati incondizionatamente, per quello che si è e non per quello che si fa, diventa una chiave d'accesso alla comprensione del "dramma del bambino dotato". Si tratta del bambino talentuoso costretto a sviluppare un falso Sé per rimuovere quella consistente parte di se stesso che i genitori mostrano di non amare. La minaccia di perdere quell'amore, il timore a essa connesso, segnerebbe l'inizio di una vita destinata all'alienazione e alla depressione, perché vissuta da un Sé inautentico e scisso.

(Il guaio è che, io, questo libro non so se leggerlo con occhi di madre o di figlia).


*Ad esempio, trovo che Miller parli del "dramma" solo in termini individuali, senza riconoscere alla società il suo enorme potere; inoltre sembra che l'unica redenzione possibile scaturisca dal percorso psicoterapeutico, l'autrice sembra negare qualsiasi fonte altra di "salvezza", dato che tutto sarebbe un sostituto simbolico di quell'amore vero, completo e senza condizioni che non si è mai conosciuto nell'infanzia.

sabato 25 aprile 2009

La saccoccia è pronta

Due maglioni. Un jeans. Intimo. Calzini e un'asciugamani. Il sacco a pelo. Il cuscino. Caricabatterie e macchina fotografica. Pile. Tenda per 4. Biglietti. 200 euro(basteranno?).

Olanda, arrivo.

Ah, lo spazzolino.


Vi auguro di sopravvivere alla mia assenza.
State bene.

mercoledì 22 aprile 2009

Urgenze

Tratto da qui.

Antefatto:
Pianeta Terra, 2008 d.C.

Da un po’ di mesi le giunte di centro-destra-destra di molte città d’Italia, in modo speciale del centro nord-nord stanno cercando di eliminare dal centro cittadino alcune tipologie di negozi, in particolare quelli di provenienza “etnica” e nello specifico ristoranti etnici che servono kebab, pollo al curry ed altre prelibatezze gustate dai seguaci di Bin Laden, dai negretti e da molta gioventù italica, evidentemente traviata.
Ha cominciato Bergamo, ora è la volta di Lucca ed è allo studio anche una legge regionale lombarda.

Ora, trasferiamoci nel 2012 perchè l’astrologo di Domenica in ci ha raccontato cosa accadrà in quell’anno, oltre alla fine del mondo.

New York, 31 gennaio 2012.
Dopo il clamoroso successo in Italia delle iniziative del Popolo della libertà riguardo la proibizione di mangiare cibi etnicamente “strani” in favore delle sane tradizioni locali, anche Obama è sceso in campo ordinando la chiusura dei ristoranti italiani e proibendo la somministrazione della straniera pizza in tutto il territorio USA. E questo per favorire le “bistecche alte un dito ed una montagna di patate” che rappresentavano il piatto tipico di Tex Willer.
L’idea della libertà è stata fatta propria da un po’ tutte le nazioni civili.Quindi quasi tutti i nostri prodotti non sono più esportabili.Vietata la pastasciutta anche in Brasile ed in Giappone.

Dopo aver dato prova di assoluto liberalismo, decidendo a livello politico, chi dovrà essere eletto e chi no, il Popolo delle libertà ha, nel corso degli anni, ampliato il controllo liberale anche su cosa gli italiani possono o non possono mangiare. Quindi niente Kebab, niente pollo al curry, niente spezie orientali nei nostri ristoranti. In ogni regione si mangerà quello che decidono i politici della libertà.
La Lega, spiazzata da questa ondata di provincialismo sovietico del PDL, ha dovuto rintuzzare l’attacco da parte di un suo storico alleato.
(...)
Ah, per le tradizioni da rispettare, grande sconforto nel Veneto, ormai da anni indipendente, perché, oltre alle 14 ore al giorno di Lino Toffolo a Tele-Pannocchia, non si riesce a programmare niente di sano divertimento veneto. E anche l’unica festa consentita, il “pan e vin”, comincia a mostrare la corda. L’imposizione alimentare del PdL sta creando dei veri mostri. Sembra, ad esempio, che in Valtellina si stiano formando delle Brigate anti-pizzoccheri e che il Kebab proveniente dalla vicina Svizzera sia pagato al mercato nero cifre folli, a più zeri.
C’è anche il caso dell’imprenditore veronese intercettato dalla polizia culinaria mentre contrattava con la mafia russa una partita di caviale del Volga in cambio di 4 extracomunitarie in buona salute. Ma, ci si chiede sottovoce, qual è stato il vero motivo della crociata del centro-destra contro i cibi “etnicamente distanti” (testuale nel decreto di Lucca)?E’ per garantire la nostra produzione locale o toglierci dai…piedi dal centro delle città gli extracomunitari, noti estimatori del kebab e soci?Ai veri liberali l’ardua sentenza.

domenica 19 aprile 2009

Di facebook e altri demoni

Ovvero: dell'illusione di essere i protagonisti.

Lo sappiamo già che è il grande fratello de noantri. "Stamattina ho male al molare destro", "vado a fare shopping", "odio il sushi". Per carità, informazioni degne del massimo rispetto. Ma è il tempio dell'inazione: ognuno afferma se stesso, senza alcun obiettivo che non sia quello di vomitarsi un pò addosso.
E' perfino possibile esprimere emozioni attraverso una formula prestabilita, quel "mi piace" senza ulteriori sfumature e specificazioni. Clic. Peccato che manchi l'opzione "mi disgusta" o "interessante, ma bisogna considerarlo sotto un altro punto di vista", no, per le sfumature bisogna che agisca tu, eh che ci vuoi fare. Dai, scrivi.
Sono sicura che prima o poi aggiungeranno l'opzione "abbraccialo", "dagli una pacca sulla spalla", "bacialo appassionatamente", "rimproveralo accigliato", "compiacitene con entusiasmo", "mi stai sul cazzo": ma forse sono troppo ottimista.

Magari dici la tua. Ma non dimenticare che leggeranno quello che hai scritto a Gianfranco Salumotti altre 300 persone, sì, gli amici degli amici: quelle entità informi che si aggirano come spauracchi nel monitor ("aggiungi ai tuoi amici Gioacchina De Benedettis", e la sua faccia è lì, trionfante, con gli occhiali da sole mentre scruta un improbabile orizzonte). Ne consegue che stare su facebook è come urlare in mezzo alla folla un non ulteriormente specificato "MI PIACE!" mentre tutti si voltano a guardarti. Le uniche modulazioni del volume previste sono due: l'urlo o il silenzio. Quest'ultima è la meno auspicabile: che fai, non ci metti pure tu, la tua faccia? Perché questo è il senso nascosto del, come i webbisti amano feticisticamente dire, quasi con aria snob, nuovo social network: "mettici anche tu, la tua faccia".

(Che poi, ho sempre provato una sensazione strana di fronte a questa parola, faccia. Sembra quasi un insulto. Che so, volto sarebbe un tantino più delicato).

Tuttavia, pare che gli ideatori si siano per tempo accorti che un sito basato interamente sulla metafora della pseudodalliana Piazza-Grande (che è in definitiva la trasposizione virtuale del marcuzziano GiEffe), dove gli interlocutori si scambiano urla brutali in mezzo a una folla informe, sarebbe durato poco. E allora giù con altre ideucce innovative.
Tra tutte, spicca il fatidico diventa fan. Essì, è la più alta azione concessa: proclamarsi fan di qualcuno o qualcos'altro, in genere miti televisivi (mai letto, che so, "diventa anche tu fan di Verga"), o di azioni quotidiane di infima importanza (es. "diventa fan di mangiare la nutella") o di altri social networks ("diventa fan di Invisibile di msn"), in un'autoreferenzialità senza pari nella storia umana.
Ma ci sono pure i giochetti, eh. Appaiono le facce (pardon: faces) dei tuoi fatidici amici, ed è così amazing! Non lo so, a me fa ridere vedere sbucare le facce dei miei amici così all'improvviso, tipo la faccia ammiccante di Pincopalla che estasiata sfoggia uno sfondo di palme, mentre mi spremo le meningi per trovare il quattordicesimo anagramma di "amaca".

Ogni volta che ci entro, le stesse oprazioncine pronte per essere eseguite, dando forma all'ennesimo tran-tran della giornata.
Regna la ripetizione dell'uguale. No, qualcosa di molto meno poetico del nietzscheano eterno ritorno.

Vabè, ma a me i giochetti al computer vengono a noia. E ora che faccio?

Posso mandare un regalo a Giuliano Pasticcetti, o anche solo offrirgli un caffè, senza spendere soldi e senza neanche assaporarlo, quel caffè, in una simulazione del reale che dà ben poco da godere ai sensi. Puoi fare tutto comodamente da fermo e in poltrona: parlare, ascoltare, leggere, bere un caffè, scartare un regalo, in una parola esistere, stando in solitudine e allo stesso tempo dandoti l'illusione di vivere una vita sociale. Immoblismo. Attivtà psicofisica ridotta al minimo in-essenziale (stand-by, direbbero i webbisti). I lombrichi sono più attivi, oh, quelli almeno strisciano.

Ma ci sono i gruppi! Quasi quasi mi iscrivo a "Quelli che...si grattano l'orecchio sinistro".Nascono come forum, finiscono come cimiteri, con tutti i nomi delle buonanime in ordine alfabetico, o come le lunghe liste con cui i funzionari del comune (sez. Anagrafe) hanno a che fare ogni giorno. (Mi si perdoni la similitudine a tinte fosche). Sfido io, a conversare per ore il 2954 persone sul fatto di grattarsi l'orecchio: proprio come nei talk show.
Ma ci sono i test! "Scopri che canzone del momento sei", "chi ti porteresti a letto: Brad Pitt o George?", "scopri in percentuale quanto sei femminile", "sei veramente intelligente?" in particolare quest'ultimo quiz pieno di errori grammaticali e dubbia sintassi.
E se hai solo 5 amici?. Solo un aggettivo può restituirti il senso di ciò: sfigato. E' chiaro, è un social network, non un a-social network. Guarda Tizia Tizzetti ne ha 135, che culo... E' Facebook, oppure: quando la matematica subentra all'amicizia.
Mmm, uff. Ma ci sono le foto! "Anvedi quant'era sbronzo qua er caciotta!" , "siete bellissimi, veramente", "maddai, chessei stata alle Maldive?" et similia.

Ok, ho visto le foto di tutti i miei amici. Le ho commentate tutte, tutte. Ora che faccio?
Oddio: che faccio? Eccola che arriva: la noia.
E si percepisce, l'ansia smodata degli ideatori di in-trattenerti.
Eppure, sai di non esserti divertito neanche per un secondo, sai di non aver effettivamente fatto nulla, almeno nel senso tradizionale della parola fare*. L'immaterialità dell'oggetto con cui ti rapporti, poi, inasprisce questa vaga ma non troppo sensazione di nulla.


*compiere, operare, creare, produrre; eseguire; fabbricare, edificare; preparare, eleggere, nominare, raccogliere, mettere insieme, esercitare un'arte, una professione, un mestiere; praticare, essere utile, conveniente, [detto del tempo] compiersi, essere.

giovedì 16 aprile 2009

La maternità, onestamente

Lagne: il ritorno.

Ho deciso di scrivere delle cose impopolari consapevole di espormi al rischio di farmi dare della madre-degenere. Paro in anticipo il colpo degli eventuali improperi con le seguenti considerazioni: di maternità si parla tanto, e sempre bene. La maternità è, a detta dei più, la-gioia-più-bella-della-vita, la-realizzazione-della-donna, eccetera eccetera. La tivvù elargisce feticistiche immagini di bambini bianchi e soffici, pubblicizza le vip in-dolce-attesa (chissà, magari decidono di farsi ingravidare proprio per incrementare i fans) , propone i suoi prodotti sempre all'interno dell'idolatrata famiglia, siano essi lavastoviglie, detersivi per il bucato, deodoranti o pennette al sugo. Parlate con la donna di strada di mezza cultura, vi dirà con gli occhi a cuoricino che Pincopallina è la sua vera felicità, che non desiderava altro che essere madre. Parlate del desiderio di fare figli davanti a tre o quattro persone, chi osi dire no, non m'interessa neanche in futuro verrà guardato con espressione inorridita, e non è imprbabile che ci scappi il solito sei un pò egoista (sic!). ( E' ovvio che tutti lo desiderano).

Ho letto da qualche parte che le persone desiderano avere figli per non affrontare se stessi, e che quando i figli saranno grandi a ciò ovvieranno nipoti e pronipoti. Io penso anche che ci siano persone che aspirano alla genitorialità perché fondamentalmente prive di interessi culturali.Ma qui non voglio fare una dissertazione sul desiderio di maternità, sulla sua opportunità e sulla sua fenomenologia, anche perché so bene che le motivazioni che inducono a voler figliare possono essere le più diverse -magari a me ignote-, e non ne escludo di nobili e degne del massimo rispetto. Qui voglio solo proporre delle osservazioni alternative a quelle che il senso comune impone (sì: è un'imposizione) sul fatto-di-avere-figli. Ce ne sono già troppi di incensamenti e celebrazioni della famigerata genitorialità, che talvolta si rivela terribilmente per quello che - spesso - è: una patetica e sentimentaloide fascinazione per-il-bimbo-piccolo, insospettabilmente connessa al desiderio inconscio insopprimibile di fare-come-tutti-gli-altri.

La realtà dispensa leggerezza e facili felicità: questo post è triste e pesante.
La realtà tiene molto a dare un'immagine idealizzata della famiglia (sempre rigorosamente eterosessuale), della madre, del padre e del bambino: questo post è brutalmente sincero.

Essere madre significa, fra l'altro:
Dover coltivare delle relazioni interpersonali che non si sono scelte, di cui non si avverte il minimo bisogno, di cui, insomma, si farebbe volentieri a meno, e che nel caso non si avessero figli si eviterebbero accuratamente, con persone per le quali non si nutre il minimo interesse (quando questo non prende le forme del disprezzo);
Doversi motrare premurose, attentissime e iperprotettive, pena lo sguardo sbigottito-schifato della tizia che dietro di te fa la fila in salumeria, della vicina di casa, della zia della cugina e del nonno del pronipote, tutti pronti a dire la loro sull'opportunità di coprirlo di più, coprirlo di meno, pulirgli merglio il naso, sistemare il cappellino in modo diverso nonché mettergli la sciarpina in quest'altro modo più opportuno ecc;
Dovere rinunciare a viaggiare liberamente e in appagante solitudine, è chiaro che con un bambino sarà impossibile uscire oltre un certo orario, senza contare quando ha sonno in mezzo alla folla che si fa?, e mica lo puoi portare in India che-si-prende-le-malattie, né lo puoi fare da sola, e se pensi di poterci riuscire sei egoista;
Doversi sempre appoggiare agli altri e chiedere costantemente aiuto, in una condizione di perenne dipendenza che non solo sopprime in modo assoluto la privacy, lede con violenza i confini di quello che in etologia si chiama il proprio territorio , quindi la solitudine, ma presenta anche il non impossibile rischio che questo aiuto non sia del tutto disinteressato, di qui la costante-asfissiante preoccupazione di ricambiare e sdebitarsi a sufficienza (sarà mai abbastanza?)- questo ovviamente là dove, del tutto casualmente, l'aiuto sia disponibile: già in due ce n'è bisogno, figurarsi se la madre è single (perché giustamente il padre è in Venezuela e dato che il figlio non era ineluttabilmente nel suo corpo la questione è giusto che non lo riguardi);
Dovere rendere pubbliche le proprie decisioni, i propri stili di vita, le proprie convinzioni morali e la loro messa in pratica: tutto ciò verrà fatto oggetto di costante dibattito da parte di parenti e non parenti che, chissà come, c'entrano-anche-loro;
Dovere escludere progetti di vita considerati dalla società come destabilizzanti-per-il-piccolo;
Dovere sempre controllare la rabbia, mantenere la compostezza, essere esempi viventi di educazione e buone maniere: gli atteggiamenti "inconsulti" non sono materni né tanto meno femminili, il che fa presto a tradursi in un impeccabile mimare la madonna;
Dovere sentirsi dire, dopo una giornata passata ad avere piantato nelle orecchie un pianto martellante, con la concomitante necessità di mettere a posto il casino in giro, preparare il brodo, il passato di verdure, pappine pappette e cambi di pannolini, e attenzione che vomita ma forse ha il raffreddore, no non prendere lo spillo che ti fai male, dicevo, dovere sentirsi dire "sei depressa?" e dovere al contempo rispondere garbatamente, magari con un affabile (materno) sorriso;
Dovere riprendere la forma al più presto, per non sentirsi dire dalla commessa dell'Esselunga sottocasa "è di nuovo incinta?" e leggere l'imbarazzo misto a meraviglia nei suoi occhi di fronte al tuo inequivocabile "no";
Dovere farsi le sopracciglia, depilarsi, andare dal parrucchiere, salvo perdere i requisiti essenziali della "femminilità" ("ammazza com'è sciatta quella...");
Dover partecipare con entusiasmo a quelle conversazioni basate sul nulla, in cui l'interlocutore inonda il figlio di cicì cococò bubù sèttete e la madre di occhiate complici ed estasiate in attesa di un sorriso ricco di partecipazione, magari alternando bubù la madre e settete l'interlocutore, tutti insieme appassionatamente trasportati dalle fatidiche mistiche guanciotte;
Dover precisare che "è maschio" e spiegare perché, nonostante sia maschio, sia vestito tutto color arancio;
Dover chiedere aiuto al passante per trasportare il passeggino oltre le scale, ringraziare, magari per educazione fermarsi a fare una bella chiacchierata proprio quando hai tutta la fretta del mondo e magari l'umore nero, camminare per strada col passeggino col rischio di farsi schiacciare dato che sul marciapiede destro ci sono i ponteggi e su quello sinistro una sfilza di macchine parcheggiate col muso attaccato al palazzo, quindi odiare il sindaco, l'amministrazione comunale e imprecare silenziosamente contro sti-deficienti;
Dovere resistere alla passata voglia di uscire al sol pensiero che farlo comporterà tutto questo;
Dover trattenere un sonoro "ma vaffan.." di fronte alla parente che, con la più elegante semplicità e la freschezza di un mandorlo in fiore, ti domanda lindamente "ma non lo parti mai fuori, sto bambino?";
Dover vivere nella ripetizione e nel particolarismo (Cfr Quattro mura);
Dover passare i due quarti della giornata a sprecare le proprie risorse intellettuali in quesiti del calibro di "si offenderà la nonna x se questa settimana si va a pranzo dalla nonna y?", "si offenderanno le nonne x e y se per il primo compleanno vogliamo stare per i fattacci nostri?", "si offenderà l'amica della nonna x se non la faccio vantare davanti alle amiche su quant'è bello il suo nipotino?", "si offenderanno se non lo vesto come un clown per il matrimonio di Sempronia?" eccetera;
Dover vivere nella dissociazione: perdersi nello scarto tra ciò che si è e ciò che si deve essere, vivere profondi crisi d'identitàe di autostima ("chi ero e chi sono diventata? è una parte che sto recitando o sono io? mi piaccio così?");
Sapere che tutti questi pensieri sono destinati a restare quello che sono.
Ah, poi, tutti fanno sapere che vogliono-vedere-il-bambino. Non importa se non hai dormito la notte, se sei e vuoi continuare ad essere fondamentalmente asociale, se ti piace il silenzio, se non ami i bubù sèttete, se odi che qualcuno te lo strappi dalle braccia con una maleducazione che ha l'approvazione di tutti ("che c'è di male? sei gelosa?"), se hai partorito e il giorno dopo alle 7 del mattino bussano alla porta dell'ospedale, a mala pena ti salutano, lo svegliano e iniziano a fare scommesse sul fatto che somiglia-alla-zia-pina-no-non-vedi-che-è-uguale-a-nonno-ciccio-ma-aspetta-ha-i-tratti-di-mia-nipote-michelina nel più delirante festival del narcisismo che la storia abbia ricordato.
Dover sentirsi chiedere da tutti "allatti?" e, se no, spiegare il perché col pressoché certo rischio di non venire capita (è chiaro che la donna non può scegliere su quello che è naturalmente necessario, e che si addice al fatidico istinto materno), e, se sì, sentirsi fare i complimenti (?);
Dover vivere in un paese che può vantare come se fosse normale la candidatura alle politiche di un partito che basa interamente il suo "programma" (?) sulla parola assassine del tutto decontestualizzando l'aborto, mentre fuori gli asili nido costano un occhio, una madre lavoratrice subisce il più delle volte mobbing da superiori e colleghi (è chiaro che se stai a casa a badare a un figlio "ti diverti") , il lavoro domestico non viene considerato "lavoro";

Dover vivere, cioè, in un completo stato di abbandono, che in definitiva si traduce nell'ennesima conferma dello stato di subordinazione in cui vivono le donne, e la maternità così com'è rappresentata e organizzata in questa società (infatti penso che in una società organizzata diversamente le dimensioni del problema si ridurrebbero drasticamente, ma non scomparirebbe mai perché la mediocrità è più inestirpabile della peggiore epidemia) è un mezzo per costringere le donne a impedire la loro potenziale libera e ricca fioritura, in ogni senso. Si aggiungano a questo le campagne per l'allattamento al seno: allattare altera la parità nella divisione del lavoro con l'eventuale padre, e limita la libertà di movimento della donna. (E' chiaro che se l'allattamento è frutto di una scelta consapevole, non c'è nulla da eccepire).
Allora mi viene da pensare che forse la famigerata depressione post-partum abbia meno cause biologiche di quanto in genere si faccia credere.

Inoltre penso che essere madri può diventare fonte di ottundimento e autolimitazione intellettuale: concentrarsi, studiare, andare a fondo alle questioni, in una parola esercitare le proprie capacità critiche, può essere molto difficile, non tanto o non solo perché l'attività di pensiero viene costantemente interrotta e disarmonizzata dai brutalmente concreti pianti del piccolo, ma soprattutto perché si è costretti a vivere nel conformismo e nella medietà più volgari. Bisogna tenere duro, e ci vuole molta forza, soprattutto considerando che la società non fa nulla per favorire la capacità critica delle madri, nonché la loro libertà; anche perché come si è visto le considera tutt'altro che soggetti dotati di moralità intesa come capacità di discernimento responsabile sulle proprie azioni di madri, dal momento che tutti si sentono in diritto di dire la propria in merito a questioni su cui non si vede perché la madre non sarebbe capace di decidere da sola.

Mi fermo, anche se sotto sotto sarei tentata di proseguire, ma temo che tanta prolissità possa portare alla dispersione.

Casualmente proprio oggi m'imbatto in qualcuno che la pensa come me.

Ma è possibile, come ho scritto in qualche post fa, dare un nuovo senso all'essere madri? A pochi mesi da quell'articolo lo trovo già ingenuo. Lì ho decontestualizzato ingiustificabilmente la maternità, e ho dato l'impressione che sia tutta una questione di "coscienza personale", un fatto individuale da risolvere in edificante solitudine.
In realtà, è difficile continuare a camminare con due gambe in un mondo di zoppi. Tener fede a se stessi è già di per sé molto complicato, figurarsi quando i sé sono due per lo più in un mondo come questo.

lunedì 13 aprile 2009

Sull'otto marzo, e tutti i giorni dell'anno

Vi prego di leggere qui.
E' quello che ho sempre pensato. Talmente tanto pensato che scriverlo sarebbe stata un noiosa ripetizione, per me.

mercoledì 8 aprile 2009

Link mentali

In effetti, studiare - o leggere, ascoltare, pensare - è un processo che mette in moto un ipertesto. Chiunque legga un libro o ascolti un discorso, trasforma le sue conoscenze stratificate (quelle che in semiotica formano l' enciclopedia personale , cioè il bagaglio di nozioni ed esperienze del tutto soggettive che ognuno di noi ha accumulato) in un dispositivo dinamico di cui seguire il continuo attivarsi di nessi e associazioni - che sono libere solo relativamente.

Così stando le cose, forse è possible rappresentare la conoscenza attraverso la metafora informatica.

L'ipertesto informatico, quello che fa sì che da un link si passi a un link che rimanderà ancora a un altro link, è una simulazione virtuale di ciò che spontaneamente avviene a livello mentale, una sua speciale trasposizione nel telematico . Non solo: il concetto di rete, col suo vastissimo campo semantico (per es. incastro, puzzle, intreccio, maglia reticolo, sistema, ecc) sembra particolarmente adeguato a rappresentare quel mondo mentale quasi del tutto costruito attorno al concetto di legame, nel quale un'idea ne attira "magicamente"un' altra, e fa di questo il collante per le sue parti: Hume usava paragonare questa misteriosa forza di attrazione tra idee alla forza di gravità - per indicarne, a un tempo, la necessità e l'invisibilità.
Pensare, infatti, significa in qualche modo mettere insieme delle cose che si assomigliano, creativamente.
La rete rende figurativamente l'idea della trama fitta di relazioni, in cui ogni punto è innestato all'interno di un crocevia aperto a infiniti nessi possibili o reali, dove ciascuna cosa è solo in relazione all'altra.
Si potrebbe fare il famoso esempio della madeleine di Proust, o pensare al cosiddetto flusso di coscienza Joyciano: l'apparente sconnesione dei pensieri segue la legge dell'attrazione fra idee meglio nota come associazione "libera".

Seguendo l'analogia proposta, mettiamo il caso che un sito internet dedicato al tema delle minoranze, ospiti tra i suoi il link razzismo.it (non so se esista, eh!), che a sua volta ospita un link su Martin Luther King che a sua volta rimanda, che so, alla storia degli Stati Uniti degli anni Sessanta: questa serie di nessi possibili e di rimandi reciproci, può rievocare quella che Peirce definiva significativamente fuga degli interpretanti. L'interpretante, cioè l'elaborazione mentale di un'idea (lui direbbe di un segno), è costitutivamente portato a divincolarsi dalla sua origine, "scappando" verso una direzione che è solo una possibilità fra le infinite direzioni che potrebbe seguire.

Ecco: cosa fa sì che , pensando, seguiamo una direzione, piuttosto che un'altra? Perché proprio quella? Il filo rosso sottostante ai pensieri che tiene insieme idee apparentemente estranee le une alle altre, è il filo dell'associazione, o, in termini informatici, il filo del link.

Leggendo le pagine di un libro (ma anche in altre attività) il lettore è spontaneamente portato ad attivare questo percorso fatto di nessi e richiami tra cose della mente, stabilendo un ponte tra la sua enciclopedia personale e i riferimenti cui le pagine rimandano.
Nel meccanismo dei link in internet, allora, si può rintracciare la trasposizione virtuale del processo del tutto personale di spontanea esplorazione cognitiva: questo può facilitarlo, fornendogli già pronti dei riferimenti che il fruitore avrebbe attivato in tutta autonomia, o che magari non avrebbe attivato e così trova l'occasione per farlo; oppure può limitarlo, inibendo sul nascere un potenziale percorso mentale attivo, che, alleggerito dello sforzo della creatività, diventa (meglio: può diventare) passivo.

Sui "pericoli" cognitivi che può riservarci la rete, il noto articolo di Nicholas Carr (qui la traduzione italiana).

PS: ovviamente, non è un testo argomentativo. Ho seguito anch'io le associazioni "libere". Se ho scritto qualche bestialità, prego me lo si faccia notare.

PS2 (non è una nuova loggia): ho scelto volutamente di evitare il plurale delle parole inglesi, come vuole Umberto Eco.

martedì 7 aprile 2009

Sto male

Sono al calduccio di casa mia, e sto male. Chissà loro, come stanno. Penso che non sia possibile neanche immaginarlo.
Ma forse è il caso di porci alcune domande. E anche queste.

lunedì 30 marzo 2009

Quattro mura

Uno degli aspetti più snervanti della maternità è la ripetizione: quel ciclico fare e rifare piccole operazioni uguali a se stesse più volte nel corso della giornata, tutti i giorni. Una mente dinamica, pensante e mai sazia di conoscenza, può vivere questo ridondare di azioni come un indebito limite. Dopo l'ennesimo bagnetto, cambio di pannolino, riscacquo accurato delle stoviglie e rigorosa preparazione degli alimenti del piccolo, può correre furente sul libro che da giorni è fermo alla stessa pagina, ma non come la voglia di superarla.
Infatti un altro aspetto frustrante è il particolarismo. Le mura domestiche circoscrivono inequivocabilmente e ineluttabilmente il campo d'azione. L'operatività vive della e nella routinaria cura di un essere non autosufficiente, e nella drastica decurtazione del tempo da dedicare, dico genericamente, al resto. Nella mente della madre questo resto può assumere dimensioni e attrattive oltremodo irresistibili: fuori, il mondo pulsa di eventi, di volti e di sensi, quella porta separa la madre dall'"universale".
Lui scopre, vuole, annusa, chiede, protesta o approva, cerca ed esplora, il suo corpo e la sua mente prendono forma; la madre accompagna e assiste: c'è del bello, ma può non bastare.

martedì 17 marzo 2009

Lagne

Pare impossibile essere donne - e madri - senza incappare continuamente nella costrizione nel ruolo che la società vuole per loro.
Alla fine si perde persino la cognizione di cosa sia troppo pretenzioso e cosa sia dovuto: chiedo troppo se credo che il papà debba occuparsi dello svezzamento di mio figlio? Chiedo troppo se pretendo che i piatti li lavi di sua spontanea volontà, senza che sia io a domandarglielo? Chiedo troppo se immagino che il fatto di essere donna - e madre - non debba comportare un dare per scontate delle azioni che, invece, dovrebbero essere - e invero sono - frutto di scelte responsabilmente deliberate?
Ognuna di queste domande, poi, viene fatta pagare cara alla donna che osi porle. Si viene etichettate automaticamente come pretenziose, come svogliate e prive di "istinto materno" (come se esistesse),  questi pensieri non sono considerati come semplici e ovvie riflessioni di una persona intelligente (nel senso più comune del termine). Ma gli interlocutori cui spetterebbe ahinoi rispondere a questi banali - eppur cruciali - quesiti, reagiscono con disprezzo facendo leva su quella cosa che davvero, finora, da tempi immemori, ha consentito agli uomini di farsi servire e riverire dalle donne, mamme o mogli che siano: il confronto con il modello.
La donna "pretenziosa" viene , esplicitamente o implicitamente, invitata a paragonarsi con "le altre". Non può che derivarne una rappresentazione mentale con esiti disastrosi: è ovvio che "le altre" sono tutte mamme buone, altruiste, iper-dedite alle faccende domestiche, calde amanti, dolci e premurose, ottime cuoche, felici di dimenticarsi di se stesse desiderando i desideri che è giusto debbano desiderare. Ma, cosa fondamentale, non si lamentano. E' ovvio che sei tu quella sbagliata: hai dei problemi? Vuoi che andiamo dallo psicologo? (Cfr Revolutionary Road).
Il marchio "lamentela" perpetra la discriminazione sin nei più remoti anfratti del nostro pensare: le legittime e sensate riflessioni di una donna su se stessa, sulla propria condizione, e sulla rappresentazione che questo mondo ne fa e impone, sono liquidate con l'epiteto "lagna" e così finalmente private del potenziale potere di rivolta che, in effetti, hanno. 
Per fortuna o purtroppo a una donna cosciente di tutto questo non è dato vivere in armonia con chi la circonda, perché chi la circonda il più delle volte non apprezza lei in quanto tale, ma il suo ruolo: non c'è niente di meno creativo, riduttivo, sciocco, nel dare per scontato - per pura comodità, lo si ametta - che alla donna spettino tutti quei piccoli compitucci quotidiani, che li debba amare e svolgere con entusiasmo, per i quali , poi, non è pevisto un ringraziamento, ma un semplice rincarare la dose.
Perché non riesco a spazzare senza provare un forte senso di straniamento? Perché non riesco a essere felice di preparare, ogni sera, la cena? Perché non riesco a vivere un rapporto sereno e libero con mio figlio, dal momento che, quando lo vedo, non posso liberarmi dell'immagine della donna con figli solo per questo estaticamente appagata? Perché mi sento in colpa di pensare, e di dire, di non essere felice nonostante abbia un figlio? Perché mi sento offesa da quei libri sui bambini che si rivolgono alla donna dandole del tu, e che parlano del papà solo nelle note a margine, o in qualche distratta considerazione? Dove sono finiti i papà? 
Alla donna che si renda conto di tutto questo sono aperte due, e solo due, strade. Una è riconoscersi nelle rivendicazioni femministe, e tentare di portarle avanti nel proprio vissuto personale, ma subendo lo scherno, la noia, l'epiteto "lagnosa", il cabaret da quattro soldi sulla moglie assillante e nevrotica - e connesse barzellette - in cui Zelig, in qualità di rappresentante televisivo dell'italiano medio, festival del luogo comune e della derisione di gruppo a scopi di lucro, è maestro.
L'altra è stare zitte: convincersi, che in fondo, è colpa sua, che pretende troppo e in realtà il suo vero destino è quello di essere felice e realizzata scimmiottando lo stereotipo che gli uomini hano scelto per lei, salvo poi incappare in una schizofrenia, nevrosi o depressione, ossia quelle deviazioni dalla norma che la società non sa e non vuole giustificare, e che perciò delega a un ramo specialistico appositamente preposto: la psichiatria... La psichiatria che burocratizza e classifica il disagio di vivere le contraddizioni assurde che si vorrebbe far passare per ovvie e necessarie. Il messaggio è "sei tu ad essere sbagliato, non questa società: perciò, fatti curare".

Monogamia ed eterosessualità istituzionalizzata

Scritto per www.liberareggio.org

Non possiamo negare il fatto storico che ha visto la monogamia affermarsi per motivazioni economiche, legate a una semplificazione nella trasmissione del patrimonio. Il fatto di avere un solo partner ha, cioè, una giustificazione culturale che non trova paragoni in natura. Si potrebbe tuttavia obiettare che non è la natura a fare l’uomo: anzi, l’uomo si distingue dalle altre specie, e in un certo senso deve se stesso, alla cultura.

Ma al di là dell’annoso problema dell’interazione tra natura e cultura, e di oziosi bilanci tra chi delle due più influisca nella definizione di ciò che siamo, quella della monogamia è una questione che merita un approfondimento e una messa in discussione.

La fedeltà al coniuge è l’istituto che principalmente - oserei dire - garantisce una qualche stabilità all’ordine costituito. La connessa convinzione che sia giusto avere un solo partner, che si debba sceglierlo implicando in questa scelta la concomitante esclusione di tutti i partner possibili, il senso di colpa che si accompagna al quello che (connotandolo negativamente) chiamiamo

tradimento, e il pensare alla fedeltà come a una questione di rispetto di sé e dell’altro, la gelosia nei suoi confronti, potrebbero essere un derivato psico-sociale del concetto di proprietà, e dei diritti a esso connessi. Ma non solo.

Si potrebbe pensare che una società poligama sarebbe disordinata e caotica, soprattutto se si considera la questione della maternità e della paternità: dovremmo rivedere moltissimi assiomi dati per certi nelle scienze umane, come ad esempio le teorie psicologiche che parlano della coppia che alleva il figlio come la norma, per cui tutte le situazioni che si allontanano da essa rientrerebbero nel patologico, senza tacere che sarebbe difficile tentare di spiegarle a partire da un terreno inconsulto, come quello della poligamia generalizzata. La questione della proprietà, poi, si farebbe seriamente complicata…come ripartire un patrimonio di media entità fra 5 , 6 mogli e, magari, altrettanti figli? I codici giuridici che regolano le nostre società perderebbero la giustificazione fondamentale delle loro norme: il matrimonio monogamo.

La poligamia, insomma, porterebbe a degli enormi risvolti politici, tali da determinare un autentico disordine sociale, economico, politico. Ho persino difficoltà a rappresentarmelo, il caos cui darebbe luogo…ma forse perché c’è in me innanzitutto la convinzione che di caos si tratterebbe.

Sotto questo punto di vista la monogamia e l’eterosessualità sono due facce della stessa medaglia. Lo scandalo e il timore che suscita nelle genti il pensiero che si possano legittimare famiglie omosessuali, è esattamente la causa e l’effetto del meccanismo di cui sopra: la promiscuità, la poligamia, una sessualità non regolatasovvertirebbero gran parte delle certezze che, pragmaticamente, permettono a una società - a questa società - di funzionare.

Ma - e qui mi ripeto - il fatto di dare per scontato che una società non funzionerebbe che così, la dice lunga sugli schemi che abbiamo inculcati nella mente, tali che per sradicarli dovremmo fare uno sforzo molto superiore alle nostre effettive possibilità: quelle dateci dallo status quo, dall’ordine costituito.

Se facciamo rientrare in questo discorso le controversie legate all’aborto, alle discriminazioni sessiste, alle rappresentazioni della madre come buona e altruista e del padre come quello che dà il seme e porta i soldi a casa, abbiamo forse meglio chiaro il quadro in cui si esplicano le nostre vite: un contesto fortemente pre-regolato, che agisce prima di tutto sulle nostre menti, e solo dopo, mediatamente e per derivazione, sulla realtà.

Pensiamo alla donna che si dà a più uomini: è facile che incorra nella riprovazione generale, se non, nei casi più sfortunati, nell’epitetoputtana. Il terrore del ragazzino che si scopre in flagranza di desiderio omosessuale, che lo porta a rimuovere quest’impulso censurandolo, o che gli fa tremare le gambe al sol pensiero di comunicarlo ai suoi genitori e amici; lo sfottò e l’espulsione da quel clima di approvazione sociale che lo attendono,cosa sono, se non realtà legate allo stesso meccanismo di potere?

Perché pensiamo al libertinaggio, alla promiscuità, alla poligamia per l’appunto (in senso lato) come a qualcosa di moralmente deprecabile? La nostra stessa forma mentis è pre-orientata nel senso di quest’ordine. E si vede bene come la funzione importantissima che, a livello conoscitivo, socio-psicologico e simbolico, ha il pregiudizio:lo stesso Rousseau vide nei dogmi e nei miti che ciascuno ospita in sé, una base stabile senza la quale - forse - ci sentiremmo persi.

Demistificare - a partire dalla conoscenza - può portare a esiti imprevisti, e l’isolamento nel quale la si pratica può portare all’alienazione: si finisce per non riconoscersi più nella società in cui si vive, e, di più, nei ruoli che essa pretende dai noi, sia pure paventando il caos come unica alternativa possibile ai suoi dogmi.

mercoledì 11 marzo 2009

Revolutionary Road

Capita di vedere dei film che, per l’elevato legame col proprio vissuto autobiografico, sono oggetto di visione spasmodica e ansante. La sensazione è quella di vedere fuori ciò che si ha dentro: in forme diverse da come le si era pensate, ma pur sempre quelle. Al di là del nesso col proprio mondo, questi film sono un condensato di particolare e universale, perché mentre raccontano le ambiguità emotive del singolo raccontano le contraddizioni di un qualche tutto.

Mi riferisco a Revolutionary Road. E’ un film sui ricatti – ne avevamo già parlato, no? – cui la società sottopone i suoi membri; sull’ordine sociale che si pone come imperativo e prioritario rispetto agli impulsi vitali di chi vi appartiene ma non vorrebbe. Non posso andare, ma non posso neanche restare : non esiste una collocazione per chi abbia occhi e antenne sensibili al ricatto. L’esaurimento, l’alienazione, sono gli unici esiti possibili, le uniche conseguenze logiche, di questo vivere stretto dentro a un mondo disumano. Mi ricorda Carmelo Bene “finché lavoreremo non potremo parlare di libertà” o qualcuno che, su questo blog, mi faceva notare che chi lavora non può pensare, perciò è in un certo modo praticamente costretto a turarsi le orecchie, e a sentire solo quello che gli si vuole far sentire.

Dentro Revolutionary Road c’è Orwell, c’è Adorno, c’è Kafka, c’è Brazil , il ’68 , Ionesco e il teatro dell’assurdo, Madame Bovary, le forme deformi di Munch, la vita di tutti noi oggi.

Interessante, poi, notare come la verità spetti sempre ai pazzi dirla, come lo sfinimento della donna corrosa dalla percezione del ricatto venga relegata al mondo della psichiatria: sorge il dubbio che la pazzia sia una parola creata dallo status quo per rendere inerte di fronte a se stesso qualunque possibilità di sovvertirlo. E’ facile convincere il dubbioso di vagheggiare utopie infantili: è facile condannarlo alla solitudine del “ sognatore” dal momento che “realistica” è solo una cosa: accettare lo status quo come vero. La parola più pesante, più efficace, che un burocrata degno di se stesso possa pronunciare per convincere il potenziale ribelle che un mondo diverso da quello che gli propone è impossibile, è realismo. Cos’è il realismo, poi? L’ismo dello stato di cose, dell’ordine costituito: in una parola, la sua religione. E’ possibile, infatti, professare la religione dell’esistente, adorare le cose come stanno vedendo in esse l’epifenomeno della Verità, il rivelamento ultimo della nostra propria essenza, il senso del nostro stare al mondo . Ma, a ben guardare, questo professato realismo non è realista fino in fondo: se lo fosse, vedrebbe le istanze del cambiamento che, nella realtà, pulsano. L’angoscia del richiedente che si trascina di ufficio in ufficio, del funzionario stanco di timbrare le carte, della casalinga che guarda dalla finestra il giardino in cui giocano i suoi bambini mentre si fa un goccetto, dell’uomo sposato che desidera una donna d’altri, dell’alternarsi insignificante di buongiorno e buonasera – grazie e prego – non si preoccupi e si figuri, del volto sconvolto di fronte all’ennesimo “non sta bene”, è la tangibile realtà del rigetto della realtà così com’è. L’opera censoria , l’instancabile super-io che con impareggiabile lena si adopera per distruggere quel poco di vita che alberghiamo dentro, è il vero collante di una società tenuta insieme nel delirio di persone che fanno quello che fanno dimenticandone, specificamente, il perché , e che pure lo giustificano ciecamente.

Negli occhi di April  , la protagonista, brucia la contraddizione del perpetrarsi di quest’insensatezza collettiva : non posso andare, ma non posso neanche restare, urlano in quel silenzio che è la manifestazione più vera della vita che recalcitra tra le sbarre di una prigione che non vede quasi nessuno.

“Andremo da uno strizzacervelli” : dove si potrebbe andare, altrimenti? La maschera deformante che si pretende indossi non può che generare malessere, disagio, turbamento: dal momento che non possiamo spiegarceli, che non possiamo collocarli , zittiamoli a colpi di xanax ed elettroshock, e tiriamo avanti, continuando a far finta di essere sani.

Che poi la fine di April sia data da un aborto tragicamente autoprocurato, la dice lunga : nella questione dell’aborto si addensano i diktat di un sistema che premette i ruoli alle persone, la finzione alla verità,  per il quale rifiutare una maternità non voluta è un atto troppo sovversivo per ammetterne la semplice plausibilità. La sovversione è rispetto alla costrizione nel ruolo, e all’ordine anteposto in termini d’importanza a chi lo dovrebbe mantenere.

April muore. Poi se ne parlerà ancora, tra amici di fronte a una tazza di tè, sarà l’argomento di conversazione del giorno: ma c’è un turbamento nelle facce degli astanti, torniamo a parlare della partita di football , e sfuggiamo a quel disagio troppo scomodo da decifrare.    

AGGIUNTO                                           

Nel film, inoltre, si insinua la possibilità per April e compagno di sovvertire la classica borghese divisione del lavoro tra uomo e donna: lei lavorerebbe, lui dovrebbe "leggere, studiare". Alla fine lui, proprio come il protagonista di Les Rhinoceròs di Ionesco, ha una crisi: per analogia con la commedia, si potrebbe dire che avverta la difficoltà, allo specchio, di distinguere se sia ancora un essere umano o se rechi già i tratti del rinoceronte: animale nel quale, nel frattempo, tutti gli altri si sono già trasformati. E' il fatto che tutti si è in un modo a far dubitare che sia anche solo possibile essere in un altro. Di più, il sistema gli dà la sensazione che, in fondo, sia possibile scegliere, allo stesso tempo presentandogli come unica decisione semplicemente sensata quella della sua sottomissione a esso. Si ha perfino difficoltà a focalizzare su se stessi, tanto si è impregnati dell'identità preconfezionata che il sistema ha pre-scelto per ciascuno. Esso sottrae gli individui al "disturbo" di definire liberamente, tramite un percorso originale e creativo del tutto personale, il proprio essere se stessi.                                                                                                                                                                        Si è, letteralmente, espropriati della vita. 

venerdì 6 marzo 2009

La burocrazia

Io quando vedo i carabinieri ho paura. Mi sono domandata il perché di questo sussulto repulsivo alla vista di quegli uomini senza volto nelle divise e ne ho concluso che è per il loro potere di avere ragione su di me. Potenzialmente, un timbro mancato, un documento non abbastanza recentemente rinnovato, un foglio senza il visto di chicchessia, potrebbe mettermi in una condizione di scorrettezza, e quindi di inferiorità: la cosa più insignificante può diventare la soglia che mi separa dalla legge. La voce dura che rimarca la violazione, accompagnata dall'invito a "a scendere dalla macchina", è la stessa del giudice che pronuncia una sentenza assurda per il solo rispetto della legge avulsa da ogni contesto reale. In ogni caso l'individuo viene scavalcato: è la regola ad assumere la "sua anima", a vivere di vita propria, dimenticando perché è nata.
Quell'uomo stanco con gli occhiali sulla punta del naso, con un pullover grigio pallido e l'aria assente, è l'uomo che ti risponderà, in caso di deviazione dal procedimento previsto, che non dipende da lui. "Provi a parlare con l'ufficio B", e il richiedente si trascina di edificio in edificio con la sensazione di lottare contro qualcosa di impalpabile ma prepotente. "Alla fine, decidono dei fatti tuoi" pensa esterrefatto il richiedente che, è vero, parlerà con l'ufficio non con la persona: il vero compito di entrambi, funzionario e richiedente, è quello di mettere nel cassetto la propria appartenenza al genere umano per entrare in forma mimetica in quello delle macchine e dei sistemi computazionali, dove vige un sistema improntato al sì/no in situazioni dove l'unica cosa che accade è la risposta allo stimolo, entrambi rigorosamente previsiti. Il particolare viene macabramente inghiottito da un universale falso, poiché non è tutti che rappresenta ma solo se stesso come microcosmo a sé stante.
Nella burocrazia le carte, gli elenchi, le sigle e i timbri, sono più vivi di coloro per i quali erano stati creati. I protagonisti non sono più gli individui, sia pure come massa, ma i procedimenti previsti. Il funzionario, per parte sua, è quel poveretto a cui è stato chiesto di alienarsi per sopravvivere in questo sistema. Ne risulta un mondo di zombie che, nevroticamente, si attaccano ai cavilli dei procedimenti previsti e a colpi di clausole e dettagli si fanno fuori a vicenda. Spaventati, ammorbati, incazzati, soli, non resta loro che chiudersi dietro le porte delle loro case con quattro giri di chiave, infilarsi sotto le coperte e accendere la tv.

venerdì 6 febbraio 2009

Il potere e i suoi ricatti

Oggi sento distintamente l'onnipervasività, la forza subdola con cui il potere si addentra nei meandri più impensabili di quelli che assoggetta. Il potere a cui mi riferisco non è solo politico: si esercita a livello simbolico e psicologico, culturale, attraverso dei mezzi imperscrutabili fa sì che le sue vittime ne diventino alleate.
Il potere riesce a insinuarsi nella parte più intima delle loro coscienze, in modo da indurle a perpetrarlo, a replicarlo esse stesse: si rafforza grazie a questo tipo di masochismo indotto. Foucault lo chiamerebbe disciplinamento.
Sua caratteristica principale sta, dunque, nel convincere che non esiste. Le maschere con cui si presenta recano i tratti della normalità, del quotidiano, della banale routine su cui non c'è nulla da discutere, e per ciò stesso risulta più convincente.
Terribilmente vive del fatto di presentarsi - invisibile- come l'unica realtà possibile. Fa credere ai suoi complici assoggettati di essere la natura. La loro immaginazione subisce allora una drastica castrazione: non c'è da desiderare che tra quello che viene presentato come ovviamente desiderabile. C'è una gamma limitata di desideri appositamente preconfezionati dal potere, e la libertà di scelta degli assoggettati complici dovrà esplicarsi su questa ristretta predelimitata zona. Eppure le vittime hanno la sensazione di essere liberi, di avere il controllo delle proprie vite, che il loro inconscio accolga niente più che qualche ordinaria frustrazione.
Ma questa sensazione è la linfa di cui il suddetto si nutre.
Le possibilità cui è legittimo aspirare sono preselezionate al punto che si vive stretti nel recinto dai confini appositamente stabiliti.
Come saltare fuori dal recinto? C'è una specie di ricatto. Come uscire da qualcosa che non si vede? E se lo si vede, come uscire da qualcosa che sino all'altro giorno sembrava la realtà, l'unico mondo possibile? Un'immaginazione già castrata e una realtà già epurata dei suoi elementi eccedenti, ribelli, non assoggettati, concorrono a tagliare le gambe a chiunque voglia mettersi in corsa per andare al di là del recinto.


Quando una donna rimane incinta, ella può portare avanti la sua gravidanza con un compagno, o da single. In entrambi i casi di certo non potrà aspirare all'autosufficienza. Dovrà appoggiarsi a qualcuno, o dovrà fare la madre rinunciando a se stessa. In ogni caso c'è bisogno di una protesi alla sua possibilità di essere.
C'è un tentativo di disciplinamento dietro i movimenti antiabortisti, i politici che vi si richiamano, la chiesa,e il senso comune su cui tutti questi messi insieme fanno leva.
Il senso comune è la faccia con cui si presenta alle sue vittime il potere. Esso è capillare, multiframmentato, insinuoso, zitto ed eloquente, si espande scegliendo per sé le maschere più credibili.
Alla donna incinta che non lo abbia desiderato, verrà prospettato un futuro di pentimento e sofferenza: difficilmente si libererà di quel dolore, così le viene detto e così probabilmente - non necessariamente - è. Le è dunque capitato qualcosa di irreversibile: in ogni caso dovrà aspettarsi una menomazione.


Certo questo è solo uno degli aspetti in cui si esplica il potere.
Vederlo, sollevare la coltre spessa dietro cui abilmente si nasconde, è il primo passo per indebolirlo. Dopo, quando si è cominciato a capire, non si può non continuare a riconoscerlo come tale, e , a meno di non tradire se stessi - e quindi alienarsi - non ci si può più convivere asetticamente: come se non ci fosse.


Credo che quello del comprendere sia un processo irreversibile. Quando si inizia a capire, non si può più tornare indietro: c'è una specie di necessità e ineluttabilità in questo. Lo diceva qualcuno a proposito della scienza: una volta che si è scoperto qualcosa, ad ogni scoperta ne segue un'altra, secondo un processo potenzialmente infinito.
Fermandolo o procedendo oltre l'esito potrebbe essere lo stesso: la follia, l'autodistruzione. Ma non c'è alcun modo di arrestarne il movimento.

mercoledì 4 febbraio 2009

Dare un senso nuovo all'essere madri

Vorrei poter risignificare la maternità, a partire dal mio particolare vissuto. Riappropriarmene vivendola come tale: un'esperienza di vita.
Certo è difficile sbarazzarsi di quegli stereotipi sulla maternità che hanno dalla loro secoli di sopravvivenza. Oggi si respirano ancora, in modo meno conclamato ma comunque onnipervasivo, e complici ne sono- paradossalmente - le donne...vittime e carnefici dello stesso sistema che ha voluto vedere in loro la sola natura: che le ha idealizzate come madri naturalmente buone e altruiste.

Scrive Adrienne Rich:

"La maternità istituzionalizzata esige dalle donne l'istinto materno piuttosto che l'intelligenza, l'abnegazione piuttosto che l'attuazione di sé, il rapporto con gli altri piuttosto che la creazione di se stesse."

Scrollarsi di dosso il peso culturale e simbolico di queste idealizzazioni (o forzature ingiustificate) ormai penetrate nel senso comune, deve essere una sfida che le donne che intendono vivere un'esperienza di maternità reale, col ricchissimo corredo emotivo che reca con sé (quella grande "riserva di emozioni e sensazioni"* - come dice Lonzi) devono fare propria.

E' giunto il momento di non provare un senso di inadeguatezza di fronte a dei sentimenti ambigui verso la propria condizione o il proprio figlio o figlia, per accettarli in quanto momenti emotivi da esperire fino in fondo, dotati di una propria verità.
Di non vivere la maternità come qualcosa di castrante per la propria realizzazione esistenziale e lavorativa, per assumerla come uno - sia pure speciale- dei tanti aspetti di sé.
E' giunto il momento di dividere i compiti col papà.
Di essere se stesse: poliedriche, e moralmente presenti a se stesse.

La società non aiuta le madri in questo percorso...io direi che i contenuti che un femminismo attuale dovrebbe assumere, siano proprio questi: una rivendicazione in positivo della possibilità di continuare ad essere se stesse nella maternità (là dove sia voluta, ovviamente).

*Ma parlare della maternità in termini di sole "emozioni e sensazioni" è ancora una volta riduttivo: vuole ridurla al suo aspetto naturalistico. Invece c'è del culturale. Riconoscerla come una zona di esperienza "suscettibile" di moralità è il primo passo per riscattarla.

martedì 3 febbraio 2009

Scrivere e questo blog: una specie di scommessa

Scrivere mi manca. Sin da bambina ho sempre avvertito una profonda attrazione per carte e penne, una forte esigenza di dire. Non di sfogo si è sempre trattato, ma di una sorta di bisogno di espandermi con e nelle parole: come fossero torrenti dipartiti dall'unica enigmatica sorgente: me.
La scrittura autentica mi incalza, e mi supera prima che io riesca a razionalizzarla. Ansimo, tremo, sudo dietro di lei. E le parole sono come marmo liquido che nasce dalla lotta tra me e il dolore.
Una precondizione è la sofferenza, intesa come un sentire... molto, che si esplica nell'incessante collisione con le cose. In questo senso si può dire che scrivere è un tentativo disperato di far sgorgare le proprie emorragie.
Ma capita che si è talmente tanto sanguinato da non avere altro da fare che incrostarsi.
Il silenzio, un dire solitario e autoreferenziale, un guardare troppo ambiguo alle cose, neutralizzano il potere e l'esigenza della penna per sostituirvi una insondabile inespressività, che alle volte prende le forme di un tacere ottuso.


Al momento non riesco a svincolarmi da questa radice emotiva del mio scrivere.
Ma è troppo tempo che scarto la possibilità di dirmi in ogni forma, e sento che è tempo di tornare a inseguire le parole, foss'anche senza dar conto delle emorragie.


Farò di questo blog un momento di questo dire, ma nel caso che il silenzio continui a pervadermi tanto insistentemente, non vedo alternative sensate alla sua chiusura. Ma vediamo se mi riesce di rianimarmi/lo.


In caso di sua morte sono certa che i miei 2 lettori se ne avrebbero a male, ma l'ho scritto qualche post fa, che è il distacco che ci fa crescere !

lunedì 5 gennaio 2009

La biblioteca comunale.

Non si capisce perché la biblioteca comunale ospiti per il 99% libri sulla storia, l'attrativa turistica, ecc di Reggio. La biblioteca dovrebbe essere un luogo aperto all'universale: lo studio e la lettura insegnano, fra le altre cose, a guardare oltre il proprio naso. Invece in questa città ogni occasione culturale viene sfruttata come una possibilità di autoreferenzialità, nonché di autocelebrazione.

Certo il riscatto culturale di una città (ammesso che sia possibile riferirsi a un riscatto di questo tipo riferendosi a un contesto sì individuato, ma nondimeno sparpagliato e impersonale come quello di una città) non può derivare dai titoli dei libri che ospita la sua biblioteca. Ma il fatto che essa non vanti alcuna attenzione speciale (ordinariamente speciale) come meriterebbe è indicativo dell'"opinione"che della "cultura" (in senso disperatamente lato) ha la città in questione.

Ma forse è l'aggettivo "comunale" che accompagna la parola "biblioteca" il vero problema.

Ho sempre creduto che i libri siano una componente fondamentale per il miglioramento profondo di una persona e di una società. Anzi, non parlerei tanto di miglioramento - ha un suono istituzionale, quindi banalizzante -, ma piuttosto di dinamismo, di movimento. E' evidente che qui si promuove la stagnazione, l'immobilità, il ridondante guardare a se stessi come a qualcosa di esaustivo per la vita, come all'unica fonte di senso.

lunedì 29 dicembre 2008

Crescere.

Esiste un momento in cui ciascuno realizza di essere veramente solo.
Non è più quella vaga sensazione spiacevole dei tempi del liceo, né quella tristezza improvvisa che ti prende quando un amico ti ha voltato le spalle o un parente muore. E' quella certezza pressoché fisica di non potere condividere fino in fondo il proprio mondo con qualcun altro. Sapere che il proprio vissuto è praticamente inaccessibile a chicchessia.
E che non c'è grande amicizia, profondo legame, intensa relazione, che possa attutire il colpo di questa violenta consapevolezza.
Non si scappa. Il tuo mondo è uno, e tuo. Gli altri possono intuirne il senso generale, annusarne i contorni, sfiorarne degli sprazzi, ma mai toccarne i fondali: sentire di appartenervi.
Né vale il tentativo di spiegarlo, il proprio mondo. La spiegazione tradirà, nell'atto stesso di presentarsi come altro dal suo oggetto, lo scopo - nonché la possibilità stessa - della trasmissione.
Il vissuto dell'altro è maledettamente diverso dal tuo, e non c'è verso di fargli capire che cosa è quello che tu vuoi dire adesso. Le parole sono sforzi sovrumani per abbattere i confini tra le proprie solitudini. I tentativi più disperati di superare questo isolamento costitutivo.
Nel trauma della comunicazione impossibile, persiste il senso di impossibilità assoluta di una comprensione profonda dei propri reciproci mondi. L'affetto, per quanto grande, potrà vincere questa barriera solo relativamente...non basterà, infatti, per abbattere la corteccia ostinata della solitudine retrostante e "dura".
Allora forse diventare adulti significa... accettare che è così. L'adolescente (in senso lato) lotta contro ciò che ha intuito essere ciò aggrapandosi ora a questa ora a quella speranza. L'adulto, dopo numerosi pianti, smette di provare rammarico per questo e finalmente ne comprende la necessità. Così impara a dover sopportare questa che ha appreso essere la sua ineluttabile condizione.
Solo allora si potrà accedere a un livello superiore di relazione. Una relazione lucida, dove la prorompente affinità con l'altro è fino a un certo punto. E dove, da soli, si è più solidi, integri. Ci si rapporta all'altro a partire da una base "consistente".
Si impara a bastare a se stessi.
E' questo il culmine di quel processo che comincia nella prima infanzia, al momento dello svezzamento: anzi, già prima a ben pensarci.
La condizione migliore è quella intrauterina, quando la solitudine deve fare i conti col limite fisico alla sua possibilità. Madre e figlio sussistono in un legame simbiotico, strutturale, essenziale per la vita. Col trauma della nascita ha inizio il distacco, che col procedere dei mesi si trasforma in autentico dolore. Il piccolo soffrirà presto della sua presa di coscienza di essere altro dalla madre: del fatto che la madre abbia una vita propria, indipendente dalla sua: che essa sia un'altra persona, e non quel prolungamento dolce del proprio indefinito e inconsapevole sé. I modi con cui quel dolore - vero e proprio - verrà "gestito" avranno un peso notevole nel successivo sviluppo affettivo/emotivo del piccolo.
Col procedere della vita, la lezione che costantemente apprenderà è quella del distacco, della perdita, della mancanza di. Crescere è un soffrire progressivo nel e del distacco.
Finché un giorno il dolore raggiunge la soglia della lacerazione, e produce una spaccatura tale dentro, che poi il percorso dovrà cambiare direzione e modificare se stesso. Verrà allora il tempo dell'accettazione, della presa di coscienza lucida, della deposizione delle armi ... che farà spazio a una superiore apertura al mondo.